blog
home / BLOG / Fritz il testardo e il sogno realizzato

Fritz il testardo e il sogno realizzato

Pubblicato il 21 marzo 2022

Da promessa mai del tutto sbocciata a vincitore di un Masters 1000. Taylor Fritz, dopo aver rischiato di non scendere in campo per la finale di Indian Wells, ferma un Nadal ancora più acciaccato di lui. A 24 anni, l’americano è numero 3 della Race e adesso può cominciare una nuova carriera

La stagione perfetta di Rafael Nadal si ferma davanti all’avversario che non ti aspetti. O meglio, che un po’ tutti avevamo smesso di aspettare. Taylor Fritz conquista il Masters 1000 di Indian Wells, il titolo più importante di una carriera che sboccia adesso, a 24 anni, dopo un percorso che pareva decisamente accidentato. Una delle promesse più importanti dell’ultima generazione di tennisti americani esplode all’improvviso nel deserto della California, proprio quando pareva che la sua settimana d’oro non potesse trovare un adeguato finale. 

Un problema fisico gli aveva consigliato estrema prudenza durante il riscaldamento pre-match, ma pure dall’altra parte – nel frattempo – le cose non stavano andando molto meglio, con Nadal visibilmente provato dalle fatiche della settimana e di tutta questa prima parte di stagione giocata col piede sull’acceleratore. Ne è uscito un match bizzarro, lontano dalle potenzialità (anche spettacolari) dei due protagonisti, ma comunque con un certo pathos. Se lo ha vinto Fritz, nonostante tutto, è per due ragioni: Rafa stava peggio di lui e l’americano, in fondo, ha un talento nel braccio che fino a ieri solo i risultati non avevano supportato.

FIGLIO D’ARTE, PRECOCE IN CAMPO E FUORI

Figlio d’arte – mamma Kathy May fu top 10 nel 1977 – e senza troppi problemi economici, considerato che è venuto al mondo in una famiglia tra le più ricche d’America, Taylor ha voluto bruciare le tappe nel tennis e nella vita. Si è sposato a 18 anni, è diventato papà poco dopo, si è separato e adesso sta vivendo una nuova storia d’amore con l’influencer Morgan Riddle. 

Fritz non passa inosservato sul campo, forte di colpi pesanti su entrambi i lati e di un servizio tra i migliori del circuito. Il problema, fin qui, era stata la scarsa continuità, nonché una certa fama di perdente che gli si era appiccicata addosso dopo alcune prestazioni non all’altezza nei momenti clou.

A fronte di un titolo Atp (nel 2019 sull’erba di Eastbourne) c’erano state poche altre avvisaglie di grandezza. Negli Slam, per esempio, il primo ottavo di finale è giunto quest’anno agli Australian Open, mentre in precedenza il terzo turno era parso un ostacolo insormontabile. Troppo poco, per uno con i suoi mezzi e con le sue ambizioni. Uno che oggi è numero 3 della Race.

DISTORSIONE ALLA CAVIGLIA E RECUPERO LAMPO

“In semifinale – ha spiegato l’americano in conferenza stampa – avevo subito una distorsione alla caviglia, ma subito non ho dato peso alla vicenda. Pensavo che non avrei avuto alcun problema, invece durante il riscaldamento ho avvertito un dolore molto forte, il peggiore immaginabile, e ho iniziato a pensare che non sarei riuscito a giocare. Sono andato dal medico, mi ha trattato e dopo un’oretta sono tornato in campo. Lì mi sono accorto che invece, forse, ce la potevo fare. Il mio team me l’ha sconsigliato, ma sono un tipo testardo. Se non avessi giocato questa partita ci avrei pensato per mesi. Ci ho provato e sono fiero di averlo fatto”.

“Battere Nadal in finale è qualcosa di incredibile. Lui e Roger hanno dominato a lungo il circuito e hanno vinto tutto. È già incredibile pensare di essere sullo stesso campo insieme a loro, ancora di più battere uno di loro per vincere un torneo importante come questo. Il fatto che sia successo qui a Indian Wells, dove da bambino venivo da spettatore, è una combinazione che mai avrei creduto possibile”.

I DOLORI DI NADAL

Intanto Nadal mastica amaro: per un problema fisico, più che per inferiorità tecnica, ha mancato il quarto trofeo stagionale. “Ci ho provato – ha detto lo spagnolo – ma evidentemente non era la mia giornata. Può accadere, non è la prima volta. Nel secondo set ho anche avuto delle opportunità, ma non sono riuscito a sfruttarle. Dal mio punto di vista si tratta di un match difficile da analizzare, perché non ho avuto la possibilità di fare molte cose a causa del dolore al petto. Faccio fatica a respirare, sento dolore. È come avere un ago conficcato. Avendo finito tardi sabato sera, e dovendo giocare di nuovo domenica, non ho avuto tempo per degli accertamenti. Non so se il problema nasce da una costola, ma oltre al dolore mi crea problemi nella respirazione. In ogni caso ho giocato, ci ho provato e ho perso contro un grande giocatore”.

“La sconfitta mi pesa perché mi sarebbe piaciuto arrivare alla stagione sulla terra senza aver ancora perso un solo incontro. Sarebbe stato bellissimo, ed è triste non aver avuto la possibilità di giocarmi le mie carte al cento per cento. Ho avuto difficoltà per tutto il torneo, ma nello sport è inutile guardare al passato. Dobbiamo concentrarci sul presente. Ho vissuto momenti che solo qualche mese fa non avrei pensato di poter rivivere, ma ora è il momento di provare a risolvere questo problema, che un po’ mi spaventa, prima dell’arrivo della terra”.

IGA SWIATEK QUASI REGINA

Nel frattempo, il torneo femminile ha incoronato Iga Swiatek, la polacca che da questa settimana è anche numero 2 del ranking Wta. In una partita senza troppa storia, la vincitrice del Roland Garros 2020 ha fermato la corsa della greca Maria Sakkari (ora numero 3 al mondo) e ha vinto il quinto titolo in carriera, il secondo consecutivo dopo quello centrato a Doha. Se fino a qualche tempo fa, la tennista dell’Est aveva ancora un certo gap da colmare con le più forti sui terreni rapidi, oggi si può dire che questa distanza sia stata recuperata. 

Non solo. Iga potrà andare – anche se non nell’immediato – all’attacco della prima posizione mondiale, perché tecnicamente è completa e perché il suo tennis, quando ogni cosa gira al meglio, sembra di una cilindrata superiore rispetto a quello di quasi tutte le rivali. Solo Ashleigh Barty, che negli scontri diretti è avanti per 2-0, può pensare di reggere l’urto, ma la polacca ha soltanto 20 anni e i progressi degli ultimi mesi fanno pensare che abbia più margini di crescita rispetto alla talentuosa australiana. La quale, per inciso, rimane avanti di 2200 punti, tanti per sperare in un sorpasso imminente.

BARTY-SWIATEK, IL DUELLO DEL FUTURO?

“Non è stato facile giocare – ha spiegato la vincitrice di Indian Wells – a causa del vento: bisognava accettare che la palla non sempre andasse nella direzione attesa. Giocare in certe condizioni non è semplice, ma ho cercato di concentrarmi per dare il massimo, sapendo di non poter esprimere il mio miglior tennis. In generale, ho cercato di non giocare troppi angoli, utilizzando di più il centro del campo. In una situazione così, la giocatrice che prende più rischi è anche quella che sbaglia di più. Devi comunque provare a essere aggressiva, ma senza esagerare”.

“Il numero 2 Wta? È sempre meglio stare alla larga da certi pensieri che ti possono distrarre. Anche perché le finali sono sempre il momento più difficile. Ancora fatico a credere di essere arrivata al numero due del mondo, ma voglio migliorare ancora. Il numero uno è sempre più vicino. Ash Barty è una delle giocatrici più complete del circuito e ha mostrato una grande attitudine mentale. Competere con lei per il vertice sarà molto divertente”.