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UOMINI E DONNE, RITORNI E DISASTRI

Pubblicato il 11 febbraio 2020

Il ritorno di Kim Clijsters è solo l’ultimo di tanti tentativi di questo genere. E se tra le donne sono diverse le giocatrici ad aver avuto successo nella loro seconda carriera, gli uomini spesso sono andati incontro a un fallimento.

Kim Clijsters sta per tornare in campo nel Wta di Dubai, e comunque vada la notizia sarà tra quelle da lasciare in copertina a lungo, per ricordare l’annata tennistica 2020. La belga non gioca dagli Us Open del 2012, quando perse al secondo turno da Laura Robson. Il suo primo Slam risale al 1999, 21 anni fa, e in seguito di Major ne ha messi in bacheca complessivamente quattro, uno in Australia e tre proprio a New York, il suo torneo dei sogni. Oggi Kim ha 36 primavere, due ritiri alle spalle (2007 e 2012), ma una voglia mai del tutto sparita di restare nel mondo che ha frequentato per tanto tempo con successo, al punto da meritarsi l’approdo nella Hall of Fame, datato 2017. Vederla uscire dal quadro imbalsamato delle leggende, per rivestire i panni dell’agonista, può destare una certa impressione ma non è certo una novità assoluta. In tanti, in passato, hanno fatto lo stesso percorso. Mentre le donne, però, in generale se la sono cavata egregiamente, per gli uomini non è stata esattamente una passeggiata.

BORG E MUSTER

Basta pensare al ritorno più clamoroso e più disastroso, quello di Bjorn Borg. Era il 1991, lo svedese mancava dal circuito da 7 stagioni, aveva 34 anni e per gli standard odierni non sarebbe neppure stato così vecchio. Eppure all’epoca sembrò uscito da un quadro ingiallito dal tempo, con una racchetta di legno anacronistica e un guru in panchina a cercare di alleviarne le (inevitabili) delusioni. Tutti ricordano la sconfitta a Monte-Carlo contro Jordi Arrese, spagnolo passato alla storia più per quell’incontro che per la medaglia d’argento alle Olimpiadi. Ma in realtà, in seguito, Borg giocò altri undici match tra il 1992 e il 1993, perdendoli tutti. Tristezza a parte, non fu molto diverso il rientro alle competizioni di un altro ex numero 1 del mondo, l’austriaco Thomas Muster. Ritiratosi nel 1999, il mancino di Leibnitz tornò nel 2010 con il piglio deciso di chi non ama perdere nemmeno a briscola, ma pure con una certa leggerezza dettata dalla profonda consapevolezza in merito ai suoi 40 passati da un pezzo. Giocò 27 partite e ne vinse 2, la più sorprendente contro Leonardo Mayer a Todi. Poi capì che era meglio lasciare stare.

DOPPISTI PER SEMPRE

Borg e Muster sono due esempi – i più clamorosi – di come nel circuito maschile sia quasi impossibile staccare e riattaccare la spina a piacimento dopo anni, rimanendo competitivi. Un discorso che vale per il singolare, vale molto meno per il doppio, dove al contrario ci sono alcuni casi di un certo successo. Per restare ai grandi nomi, John McEnroe disse addio al circuito nel 1994, ma tornò nel 2006 (insieme allo svedese Jonas Bjorkman) per vincere il torneo Atp di San Josè. Un modo tutto suo, peraltro decisamente tipico del personaggio in questione, per dire una cosa di questo genere: “se voglio, sono ancora il migliore”. Più recente, ma meno clamorosa, la storia di Lleyton Hewitt, fermo per nemmeno un paio d’anni prima di rimettere piede nel Tour accanto ai suoi connazionali, con un ruolo a metà tra quella di spalla e quello di coach in campo.

GLI ESEMPI DELLE DONNE

Bisogna dunque tornare alle donne, per cercare casi da prendere a esempio. Pensiamo a Kimiko Date, la giapponese che disse basta una prima volta nel 1996, quando tra le avversarie c’erano ancora Monica Seles e Gabriela Sabatini, e decise di riprendere borsone e racchette nel 2008, ricominciando da un 50 mila dollari a Gifu, nel suo Paese. Da quel momento, Kimiko visse una vera e propria seconda carriera, rimanendo in campo fino al settembre del 2017, alla soglia dei 47 anni. C’è poi Martina Hingis, il fenomeno di precocità fuggito dal Tour nel 2007 e poi tornato solo in doppio, ma per vincere titoli a livello Slam: dieci volte in tutto tra femminile e misto. Non malissimo. E c’è, ovviamente, l’altra Martina, quella originale: Miss Navratilova. Il suo ritorno in singolare, dopo un vuoto di sette anni, è del 2002 a Eastbourne, con il secondo turno di Wimbledon 2004 come risultato più significativo. Mentre durò soltanto 4 anni l’addio al doppio, tra Wimbledon 1996 e Madrid 2000. Perché il richiamo della partita, dell’adrenalina, è spesso più forte della serenità di una vita normale.