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UN’ITALIA CHE CONTA

Pubblicato il 1 novembre 2019

A metà anni Novanta Andrea Gaudenzi è stato numero 18 al mondo, nel 1998 ha sacrificato una spalla per poter giocare (attenzione: giocare, non vincere) una finale di Coppa Davis e per un periodo piuttosto lungo è stato di gran lunga il più forte tennista italiano. Uscito dal circuito Under 18, dove aveva raggiunto la vetta del ranking Itf, si affidò a Thomas Muster e al coach/manager Ronnie Leitgeb per provare a diventare un professionista, e alla fine riuscì perfettamente nella sua impresa. Ma Andrea Gaudenzi non era, non è, uno sportivo qualunque. Mentre ancora il suo mestiere principale era calcare i campi di mezzo mondo racchetta in mano, il faentino cominciò a studiare e si laureò in giurisprudenza. Non voleva fare l’avvocato, voleva semplicemente avere una cultura, costruirsi un futuro oltre il rettangolo di gioco. Non solo ha centrato il suo obiettivo, ma lo ha fatto talmente bene che il suo percorso prima di studio, poi manageriale, lo ha portato oggi ad avere le carte in regola per un ruolo che nessun connazionale aveva mai rivestito: presidente dell’Atp.

LE SFIDE DELL’ATP

La premessa per dire che Andrea Gaudenzi è una persona intelligente, prima che un ex professionista di alto livello. Un uomo, oggi 46enne, che non si è accontentato della gloria incassata dallo sport, ma ha avuto l’umiltà e la curiosità di andare oltre sperimentando qualcosa di incerto e inesplorato. Il fatto che adesso l’Atp lo abbia scelto come proprio presidente non è dunque una sorpresa, né un regalo della sorte. È qualcosa che chiude un cerchio, dal tennis al tennis con il numero 1 come costante: quello del ranking juniores prima, quello del ruolo più importante nella stanza dei bottoni poi. Insieme al prestigio, però, arrivano le responsabilità, in un momento storico particolare. Un momento nel quale il tennis, in Italia e nel mondo, sta sperimentando probabilmente il picco assoluto di popolarità, mentre allo stesso tempo vive situazioni complesse e divisioni tipiche, in fondo, di ogni ‘azienda’ in fase di espansione. Proprio qui Gaudenzi, con quel bel carattere romagnolo e con la sua visione a 360 gradi del mondo che ha frequentato per tanti anni da protagonista, potrà fare la differenza. Potrà – è questa la vera sfida che gli si pone davanti – cercare di mediare tra interessi diversi e spesso contrari, tra giocatori e tornei, tra nuove regole e tradizione.

IL MOMENTO DELLA RACCOLTA

Gaudenzi è il segno tangibile, l’ennesimo, di un’Italia che finalmente conta. Prima erano arrivate le Next Gen Finals a Milano, poi le Finals ‘vere’ a Torino per il periodo 2021/2025, in mezzo la crescita di un movimento che oggi vede otto giocatori tra i top 100, un top 10 e un altro appena fuori dai fantastici dieci. Senza contare il miglior diciottenne del Tour, un recente numero 1 Juniores e tanti altri adolescenti pronti a imitare i connazionali. Siamo all’inizio di un decennio (almeno) nel quale poter raccogliere quanto si è seminato per una ventina d’anni: come sarà questa raccolta è presto per dirlo, troppi i fattori che entreranno in gioco. Ma di periodi del genere, dopo gli anni Settanta, non ne abbiamo visti e non ne abbiamo nemmeno immaginati. E persino in quell’epoca d’oro, quando si vincevano Slam e Coppe Davis, non c’era questa prospettiva stimolante, non c’erano tornei così prestigiosi sul suolo nazionale, non c’era un italiano alla guida dell’organizzazione che gestisce il circuito. La difficoltà attuale sta nell’agire con decisione ma con saggezza per non disperdere questo bendidìo; sta nel mantenere quella visione di lungo termine che ha creato questa fortuna, tanto a livello nazionale quanto a livello globale.