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DUCKHEE LEE: LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Pubblicato il 20 agosto 2019

“Dovessi giocare con gli auricolari, senza poter sentire i rumori della palla e dunque comprenderne gli effetti, sarebbe tremendamente difficile colpire in maniera corretta ed essere competitivo. Quello che lui sta facendo è letteralmente incredibile”. Le parole sono di Andy Murray, il ‘lui’ in questione è Duckhee Lee, anni 21 da Jecheon, Corea del Sud, ranking attuale 212. Un giocatore apparentemente ‘normale’, con un buon tempo sulla palla e delle ottime geometrie a supporto di un tennis completo. Un giocatore che invece, a un secondo sguardo più attento, si rivela per quello che è: un fenomeno unico nel mondo dello sport. Lee è sordo dalla nascita, menomazione che per un tennista di alto livello potrebbe essere motivo sufficiente per abbandonare ogni ambizione: troppo complicato affrontare coloro che dai suoni dei rimbalzi e degli impatti traggono informazioni decisive per rendere efficaci i loro colpi.

 

LA PRIMA VITTORIA NEL TOUR

Il giovane asiatico, però, non si è mai arreso e ha continuato a inseguire il suo sogno. Non si è mai nemmeno posto come obiettivo quello di diventare il migliore nei tornei riservati ai disabili uditivi. Lui voleva (e vuole tuttora) diventare il migliore e basta, senza limitazioni. “Perché in fondo – spiegava ai suoi esordi nel Tour – non sentire può pure essere un vantaggio: non ci sono distrazioni a condizionarti”. Lee ha vinto a Winston Salem, in Carolina del Nord, il suo primo incontro nel circuito maggiore. Lo ha fatto battendo lo svizzero Henri Laaksonen, quasi cento posti più in alto nel ranking, col punteggio di 7-6 6-1 in un’ora e 45 minuti. E inevitabilmente ha riacceso su di sé quei riflettori che già si era abituato a gestire da quando aveva 14 anni e diventò il più giovane di sempre a entrare nei primi mille della graduatoria. Allora si parlava del coreano – sbagliando – come di un qualcosa che aveva più a che fare col folklore che con lo sport. Oggi se ne parla – correttamente – come di un giocatore dal gran potenziale.

 

UN ESEMPIO DI DEDIZIONE

Perché per fare ciò che fa, serve un talento difficile da spiegare, o per dirla con le parole di Tennys Sandgren: “Servono delle capacità pazzesche. Non è affatto normale ciò che può eseguire”. Eppure per Lee sembra tutto normalissimo, non fosse per i momenti in cui gli riesce difficile comunicare con l’arbitro o capire il punteggio. Allora basta uno sguardo al proprio angolo, o qualche secondo in più di attenzione, e tutto torna nitido, chiaro, come la sua voglia di emergere. I problemi più grossi arrivano in conferenza stampa, quando c’è bisogno di un traduttore per cercare di carpire qualche parola da un ragazzo che dalla sua timidezza ha tratto solamente una grande forza mentale, trovandosi a rappresentare un esempio per tanti che si pongono limiti senza alcun senso. “Do sempre il massimo – spiega lui con quella semplicità che è un suo tratto distintivo – e sto a vedere cosa succede. In America mi trovo bene, spero di vincere ancora molto qui”. Dai colleghi arrivano solo parole di ammirazione, come quelle di Rafa Nadal, che parla apertamente di “un esempio di dedizione che fa bene al nostro sport”. Mentre persino chi lo conosce bene non riesce a nascondere il proprio stupore: “È fenomenale come riesca a giocare senza sentire come la palla esce dalla racchetta dell’avversario, perché questo è molto importante per capire quanto veloce ti arriverà”, dice il direttore della Korea Elementary Tennis Federation. Duckhee Lee è già una dolce rivoluzione: in un mondo travolto dal rumore, nel silenzio trova la sua forza.