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VITA DA PANCHINARO

Pubblicato il 3 dicembre 2014

Dura la vita per i giocatori di tennis. Dura la vita anche per chi si siede sulla panchina, sempre in tuta, senza la possibilità di scendere sul terreno di gioco, quello che per molti è stato il naturale campo di conquista.

 

Fare l’allenatore di Coppa Davis è tutt’altro che facile. Per prima cosa è doveroso celebrare Severin Lüthi, pacifico e tranquillo coach della Svizzera trionfatrice di Federer e Wawrinka. Tutti ritengono che con due giocatori così, nell’attuale stato di forma, anche un amatore della domenica avrebbe vinto l’insalatiera. Non è così. Gli svizzeri non sono certo i passionali spagnoli/italiani o i lunatici americani (quelli di una volta, non la squadra di oggi) ma hanno pur sempre bisogno di far gruppo e di non incattivire naturali diversità individuali. SirRoger ha più volta rimarcato l’importanza di aver Lüthi al suo fianco. E se lo dice Federer un valido motivo ci sarà.

 

Non se la passa bene, al contrario, Arnaud Clement, il numero uno francese sconfitto a Lille. Le polemiche per le scelte effettuate dal nativo di Aix-en-Provence non sono certo mancate. Yannick Noah, l’ultimo transalpino a vincere il Roland Garros nonché vittorioso della Davis del 1991 e 1996, non ha usato giri di parole: “Non sono arrivati con la mentalità giusta, una finale la vinci prima di giocarla. Sono stanco di vedere la Francia perdere da una vita: se i giocatori me lo chiedono sono pronto a guidarli al successo”. Più che un’accusa una vera candidatura al post-Clement, comunque confermato dalla Federazione francese.

 

I candidati fioccano come gocce di pioggia autunnali. Anche Henri Leconte, eroe della finale di Davis del ’91, si è fatto avanti: “Il capitano lo farei con piacere”. Insomma, un posto che attira nonostante le tante pressioni.

 

Varcando i Pirenei lo scenario cambia di poco. La Spagna, dopo i tanti trionfi e i molti giocatori tra i primi cento, è retrocessa in serieB dopo la sconfitta in Brasile, evento che ha portato alle dimissioni dell’ex numero uno al mondo Carlos Moya. A sostituirla – per ora ancora solo sulla carta e non sulla terra rossa – una donna, Gala Leon. Fin da subito sono fioccate le polemiche, anche di stampo ‘sessista’. “È una donna, come può guidare un gruppo di uomini”; “è stata scelta solo dalla Federazione”; “è totalmente inadeguata”, questi sono stati gli slogan più benevoli. Zio Nadal, il primo a scagliarsi apertamente contro la scelta, non ha abbassato i toni a distanza di mesi: “A nessun giocatore farebbe piacere sedersi accanto di chi ti ha dato del maschilista”. Come andrà a finire?

 

Se la ride a distanza Corrado Barazzutti. I colpi di testa di Fabio Fognini, paragonati al caos che regna a Madrid per la scelta di Gala Leon, sono nulla. Lui che vinse l’unica Coppa Davis azzurra in Cile nel 1976 è alla guida della squadra maschile dal 2001 e quella femminile dal 2002. Con le ragazze ha vinto la Fed Cup per quattro volte, l’ultima a Cagliari nel 2013. Con i maschi ha intrapreso un lungo percorso che ha portato fino alla semifinale di Ginevra di quest’anno.

 

È entrato nella storia del tennis italiano per essere il recordman di numero di panchine all’attivo nelle due massime competizioni mondiali. E non ha nessuna intenzione di fermarsi.