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Baez e Musetti: why not me?

Pubblicato il 25 maggio 2022

Sebastian Baez arriva a un punto dalla vittoria contro Alexander Zverev, prima di perdere. Come Musetti contro Tsitsipas, il più giovane cede dopo aver avuto due set di vantaggio. Il motivo? Non sta solo nella tecnica, ma anche in quei passaggi obbligati che portano in alto.

Why not me? Sebastian Baez lo aveva scritto ripetutamente, su una delle telecamere che lo stavano immortalando durante la settimana più bella della sua carriera, tra fine aprile e inizio maggio a Estoril, dove il titolo se lo è preso proprio lui. Quella serie positiva di otto incontri di fila fu interrotta al Foro Italico di Roma, secondo turno, per mano di Alexander Zverev. Ed è stato lo stesso Zverev che Seba si è trovato di fronte, sempre al secondo ostacolo, al Roland Garros.

Why not me? Deve averlo pensato anche sul match-point in suo favore, al quinto set, quando Sascha gli ha piazzato un servizio che è rimbalzato al terzo piano, su dove il piccolo Seba è arrivato, ma senza riuscire a organizzare una risposta competitiva. Scampato il pericolo, Zverev ha messo la freccia: break all’undicesimo gioco, chiusura al dodicesimo. E un abbraccio consolatorio al momento della stretta di mano.

DALLE NEXT GEN FINALS A PARIGI

Baez, che già alle Next Gen Atp Finals del novembre 2021 a Milano aveva decisamente ben impressionato, ha dimostrato ancora una volta di essere un tipetto in gamba. A 21 anni non è mai stato considerato un fenomeno al livello dei Sinner e degli Alcaraz, ma piano piano sta trovando un equilibrio che potrebbe portarlo laddove forse nemmeno lui e coach Gutierrez pensavano di arrivare.

“Seba – dice il coach – è una persona onesta, gentile con tutti, un gran lavoratore. Sono orgoglioso di allenarlo e di programmare per lui il miglior futuro possibile. Sono sicuro che sotto il profilo umano non mi deluderà. E questa è anche la base per organizzare i progressi tecnici, tattici e fisici che faremo insieme”.

LA MATURITÀ DI ZVEREV

Why not me? La domanda, tuttavia, merita una risposta. E la risposta sta tutta nel divario di cilindrata che c’è in questo momento tra un gruppetto di giocatori capaci di arrivare in fondo con le stesse energie con cui hanno cominciato, e quelli che inseguono e non riescono a chiudere quando ne hanno l’opportunità. Certo un match-point è un punto, uno soltanto, e al suo interno ha sempre una componente importante di fortuna. Ma non è solo quello, non è tutto spiegabile con la sorte.

Se Sascha Zverev ha recuperato e vinto una partita nella quale si è ritrovato sotto per due set a zero, e nella quale è stato davvero a un passo dal baratro, è perché la sua maturazione lo ha portato a credere in se stesso a prescindere da ciò che accade. Lo ha portato a sfruttare il suo talento e il suo bagaglio tecnico nei momenti buoni come in quelli meno favorevoli. Non è sempre stato così, peraltro. Per un periodo non breve, Sascha ha sofferto delle stesse amnesie (o meglio, delle stesse paure) tipiche della gioventù: arrivava negli Slam con un carico importante di aspettative, poi finiva per deludere.

GLI SLAM SONO DIVERSI

Oggi non è più così. E quando è andato avanti di un break nel terzo parziale, contro Baez, in tanti a Parigi hanno capito che quella partita avrebbe cambiato direzione in maniera abbastanza rapida. Non che l’argentino abbia mollato la presa, tutt’altro. Altrimenti non si sarebbe trovato così vicino alla vittoria. Solo che di fronte all’occasione ha tentennato quel tanto che basta per rimettere in gioco un avversario affamato e agonisticamente cattivo.

Il punto è che fino a quando si parla di un Atp 250 (ma anche di un 500), la questione di battere i migliori è meno complessa, la forbice meno ampia. Quando il palcoscenico è prestigioso e in più ci sono di mezzo i cinque set, allora le cose cambiano. Il sangue freddo è fondamentale, ma si mescola a una fiducia nei propri mezzi che deve essere inscalfibile. Non importa come vanno i primi due, importa come va il quinto. Non importa quanti errori hai fatto prima, importa non farne sul match-point per l’altro.

MUSETTI E LE RIMONTE ALTRUI

Why not me? Più o meno, anche se con altre parole, lo aveva detto pure Lorenzo Musetti durante la partita contro Stefano Tsitsipas. Due set di margine, poi il recupero del greco. E il viso di Lorenzo che si fa sempre più cupo, sempre più triste. Il linguaggio del corpo che si fa negativo. Si capisce che il toscano non ci crede più, ben prima della stretta di mano finale. Un po’ come gli era accaduto dodici mesi prima, al cospetto di Novak Djokovic.

Sì perché qui è una questione di step obbligati. Puoi giocare bene quanto vuoi, puoi avere le gambe più veloci (Baez), il rovescio più elegante (Musetti), ma certi passaggi sono nella testa. Lo Tsitsipas che – contro Musetti – è apparso di una cilindrata superiore nel momento chiave del confronto, dalla terza ora in poi, è lo stesso Tsitsipas che passa ‘dalla parte del torto’ nel momento in cui si trova a giocare contro Novak Djokovic sulla medesima distanza.

LA REGOLA DI DJOKOVIC

Guarda caso, il torneo è sempre lo stesso, lo Slam del Bois de Boulogne. Nel 2021, in finale, Stefanos vola avanti di due set, sembra davvero sul punto di sfatare il tabù Major. Ma piano piano Nole torna robotico, torna imbattibile, totalmente disinteressato a quel 7-6 6-2 dei primi due parziali. Ma il confronto diventa persino più impietoso se torniamo indietro all’edizione del 2020: in quel caso era stato il serbo ad andare in vantaggio di due set e a farsi riprendere. Solo che poi, al quinto aveva vinto comunque lui.

Di regole ferree, nel tennis dei pro, soprattutto a livelli alti ce ne sono davvero poche. Ma questi avvenimenti che si ripetono con costanza ogni anno sono la dimostrazione che le leggende capaci di riscrivere la storia negli ultimi vent’anni hanno sviluppato una forza mentale e fisica oltre ogni immaginazione. E sono ugualmente la dimostrazione che c’è un gruppo di giocatori in grado, magari a passi lenti, di avvicinarli in quella dote così speciale che è vincere le partite che contano.

Sono gli stessi che potrebbero rispondere alla domanda fatidica con una risposta semplice: non è il tuo turno perché certi passaggi non si possono saltare, a meno di essere fenomeni assoluti. Perché il tennis dei pro è come una scuola, dove la promozione si conquista un passo alla volta.