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La lezione di Sinner e il carattere di Medvedev

Pubblicato il 19 novembre 2021

La saggezza di Jannik Sinner, il genio tormentato di Daniil Medvedev e le discussioni sulla formula delle Finals. Ecco perché l’incontro tra l’italiano e il russo ha attirato tanta attenzione, nonostante le sorti del girone fossero già state decise dalla vittoria di Zverev su Hurkacz.

L’eccezionalità di Jannik Sinner non sta (tanto) nel gioco. Lo si sapeva, ma dopo il match perso contro Daniil Medvedev alle Nitto ATP Finals di Torino è arrivata l’ennesima conferma. L’eccezionalità di Jannik Sinner sta tutta racchiusa nei suoi pensieri. Conferenza stampa post-match: i giornalisti fanno domande, unite a complimenti per la prestazione. Lui ascolta, annuisce, ma con la testa va oltre, cerca di scavare dentro se stesso e va ben al di là di quelle risposte pre-confezionate dei colleghi più navigati. Cerca un senso a quello che dice e a quello che succede. Qualcuno potrebbe dire che pensa troppo. In realtà non è mai troppo, quando si pensa ‘bene’.

“Sono felice non solo della mia stagione, ma se mi guardo indietro sono felice della scelta che ho fatto a 13 anni, quella di puntare sul tennis invece che sullo sci. In fondo non era scontato. Quando ho lasciato casa ero pieno di dubbi, oggi sono passati soltanto sette anni e sono numero 10 al mondo. È accaduto tutto molto in fretta, sta accadendo molto in fretta, e adeguarsi a questi cambiamenti è una sfida continua”.

DEAD RUBBER O PARTITA VERA?

E ancora: “Non ho mai paura di affrontare una situazione difficile sul campo. Al massimo che ti può accadere? Che perdi, e finisce lì. Io ho sciato, so bene che quando stai in cima a una montagna a devi scendere, la paura non te la puoi permettere perché altrimenti rischi di farti male. Così quando affronto i migliori al mondo, e capita di perdere un set, cerco di rimettermi in pista provando a trovare soluzioni”.

Le soluzioni stavolta le aveva pure trovate, Jannik, anche se non hanno portato a un esito positivo, in quello che era comunque un ‘dead rubber’, un confronto inutile visto che la qualificazione per le semifinali delle Nitto ATP Finals era già stata decisa dal match del pomeriggio, vinto da Alexander Zverev contro Hubert Hurkacz. Così, al momento di scendere in campo, per Sinner in palio c’erano solo i 200 punti della vittoria del singolo incontro, oltre ai soldi. “Ma quando hai la chance di giocare contro il numero 2 del mondo, uno che ha appena vinto gli Us Open, è sempre un match importante perché ti consente di fare un test sul tuo livello”.

LA FORMULA DELLE FINALS

A proposito della formula: il pubblico che si sta avvicinando al tennis si è scoperto sorpreso – e pure un po’ infastidito – dal fatto che Sinner potesse essere eliminato pur vincendo due match su due. La circostanza non si è verificata per un solo punto andato nella direzione del russo (che, per inciso, ha giocato con coraggio e attenzione i match-point), ma è rimasto comunque l’amaro in bocca nell’assistere a una partita che ha sì dato spettacolo, ma che non avrebbe influito sulle sorti del torneo.

Le Nitto ATP Finals del resto sono queste, un torneo che rompe le regole tradizionali del tennis e che circoscrive l’eliminazione diretta a semifinali e finali. È così ininterrottamente dal 1986 (allora era semplicemente ‘il Masters’), e da allora sono stati diversi i casi di giocatori capaci di conquistare il trofeo dopo aver perso una partita. Il più famoso? Pete Sampras, che in ognuno dei suoi cinque trionfi (tutti in Germania, tra Francoforte e Hannover) ha lasciato per strada un match, salvo poi mettere tutti in fila quando contava davvero.

Giusto? Sbagliato? È una formula come un’altra, peraltro accettata senza batter ciglio in tanti altri sport. Una formula che contiene diversi vantaggi, a fronte dello svantaggio di permettere a qualche giocatore di fare i conti sulla bontà o meno di un certo risultato. Su tutti, il maggior pregio è quello di consentire al pubblico di avere almeno tre match di ogni campione in gara. Non proprio un dettaglio, nel momento in cui parliamo dei migliori otto al mondo (o almeno degli otto sani e disponibili in quel momento). Per i protagonisti, c’è la chance di trovare la condizione in corsa, giocando mediamente più rilassati rispetto a quando si tratta di dentro o fuori.

IL COMPORTAMENTO DI MEDVEDEV

Molti di coloro che non conoscevano bene Daniil Medvedev sono rimasti sorpresi e forse delusi da certi comportamenti del numero 2 del mondo. Quel modo di sparacchiare prima e seconda di servizio in alcuni momenti del match, lo sbadiglio (vero? Presunto?) a un cambio di campo proprio mentre incrociava il suo avversario, un atteggiamento spesso polemico nei confronti del pubblico. Tutto ‘politicamente scorretto’, che stona in un tennis dominato dal fair play, reso popolare più che in ogni altra epoca storica dai Big 3.

Se c’è da ringraziare Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, per aver imbastito dei duelli memorabili seguendo la ferrea regola del rispetto per tutti – avversario, pubblico, giudici di gara – c’è anche da tenere in considerazione il fatto che non per forza chi verrà dopo di loro seguirà la stessa strada. Perché sì, l’esempio è fondamentale, ma poi c’è anche il carattere e quello è difficile da cambiare, perché riguarda la natura di ognuno di noi. Nick Kyrgios, giusto per fare un nome, sa bene di non essere popolare quando lancia le sedie in mezzo al campo, ma non se ne fa un problema: c’è chi lo ama e chi non lo sopporta, e a lui va benissimo così.

Medvedev non è un Kyrgios, ma non è nemmeno un Federer o un Nadal. Daniil intanto è russo – per quanto da tempo trapiantato in Francia – e in quanto russo ha l’anima inquieta. Lo dimostra ogni volta che deve fronteggiare una situazione complessa, con lo sguardo che comincia a vagare per capire dove sfogare la propria frustrazione. Fino a quando la moglie Dasha lo ha ‘curato’, questi momenti gli costavano partite e fiducia. Oggi invece sono diventati gestibili, anche se rimangono un suo potenziale tratto di debolezza. Negli ultimi anni, tuttavia, Medvedev ha maturato la capacità di mantenere un livello straordinariamente alto anche mentre dentro di sé ha un vulcano in eruzione.

DANIIL, GENIO INQUIETO

Nella lotta, nei momenti decisivi, Daniil rischia ma quasi sempre fa la scelta corretta. Non è un caso che alle Nitto ATP Finals di Torino abbia piegato Zverev e Sinner al tie-break del terzo set. Non è un caso che nella finale degli Us Open sia stato Novak Djokovic a subire maggiormente la tensione dell’evento, mentre lui ha messo il pilota automatico e si è quasi disinteressato di ciò che gli accadeva attorno e di cosa potesse significare quella sfida nella sua carriera.

Per certi versi, a patto che non ecceda con i suoi atteggiamenti poco simpatici, il russo potrebbe pure essere un personaggio utile al tennis, al di là delle sue vittorie e dei titoli che finiranno nella sua bacheca. Perché riesce a mantenersi genuino, geniale quando inventa colpi tutti suoi sul campo e geniale pure quando fornisce risposte non banali, non scontate.

Proprio sotto questo aspetto, Sinner-Medvedev è stata una bella partita: una partita senza filtri, senza pensieri e senza una logica pre-confezionata. Una partita nella quale poteva accadere di tutto, e dove tutto in effetti è accaduto. Dal 6-0 per il russo, preludio a una possibile disfatta dell’azzurro, fino alla rimonta e a quei match-point non sfruttati da Sinner, non per demeriti suoi bensì per merito del suo avversario. Una partita che probabilmente rivedremo tante volte in futuro, quando conterà un po’ di più, in un contesto diverso. “Allora vedremo – ha detto Sinner come fosse una specie di sfida – se giocherà allo stesso modo”.