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Matteo Berrettini, un sogno interrotto

Pubblicato il 15 novembre 2021

Matteo Berrettini ha vissuto il giorno più difficile della sua vita sportiva. Il ritiro nel match d’esordio delle Nitto ATP Finals contro Alexander Zverev è un colpo durissimo, che tuttavia Matteo saprà superare da campione quale è. Nel mentre, la memoria di tanti appassionati è tornata al ritiro di Andrea Gaudenzi nella finale di Davis del 1998 a Milano.

Si è piegato su se stesso e si è messo le mani sul volto. Vincenzo Santopadre, al suo angolo, ha capito subito che qualcosa non andava. E, con lui, si è resa conto perfettamente del dramma sportivo in corso tutta la gente che su questo italiano forte, bello, educato e gentile aveva riposto tante speranze. Matteo Berrettini ha vissuto – parole sue – ‘il giorno più difficile della sua vita da tennista’.

Il giorno in cui gli sforzi di una stagione sono stati vanificati da un problema agli addominali che lo ha costretto al ritiro all’esordio delle Nitto ATP Finals, dopo aver perso un primo set durissimo contro Alexander Zverev. Dopo un’ora e 41 minuti di lotta e dopo un inutile intervento del fisioterapista, Matteo ha detto basta, e con le lacrime agli occhi ha abbandonato un palazzetto che non voleva credere a ciò che stava succedendo.

“Non so se sia esattamente il problema che avevo già avuto in Australia – ha spiegato a caldo il romano – ma il fatto di poter rivivere quello che avevo già vissuto a inizio anno mi ha messo paura. Non me la sentivo di continuare, non potevo. Spero non sia niente di grave, valuteremo. Ma intanto questa cosa mi sta uccidendo, non me la meritavo”. Non è la prima volta che Berrettini finisce vittima di un problema muscolare, tanto che lui stesso lo ha ricordato in conferenza stampa. Un ostacolo, quello del fisico che non collabora come dovrebbe, che rischia di diventare una costante della sua carriera.

LE EMOZIONI E LE LACRIME

Oggi, tuttavia, ci si concentra inevitabilmente solo su quello che si è perduto questa settimana. Intanto una partita – quella con Sascha Zverev – che Matteo stava giocando con tanto coraggio, al punto da arrivare per due volte a un solo quindici dal primo set. Il tedesco si è tolto dai guai col servizio (e con la collaborazione di una risposta lunga dell’azzurro), poi nel tie-break ha rimontato da 5-3 chiudendo per 9-7. La sensazione era che il match fosse dalla sua parte, a quel punto, ma c’erano margini di recupero, con un Berrettini in condizioni normali.

“Le emozioni che ho provato all’ingresso in campo e durante quel primo set – ha continuato l’azzurro – le porterò con me per sempre. Sapevo che la gente era lì per me, sapevo di poter fare qualcosa di importante. Poi è accaduto quello che è accaduto e mi è crollato il mondo addosso”. La faccia buia con cui scandisce quelle parole pesanti, sotto il cappellino che lo mette in ombra per evitare di scorgere gli occhi, è lo specchio di un’anima ferita, di un conto con la sorte che adesso si fa più pesante.

Tuttavia Matteo – come ha già saputo fare in passato – si riprenderà e ripartirà con l’obiettivo di raggiungere altri traguardi. Perché sì, le prime Finals in casa erano un evento, un’occasione speciale. Però i suoi 25 anni gli consentono di andare oltre le delusioni del momento, di guardare al futuro pensando soprattutto al fatto di essere uno dei migliori giocatori del mondo, nel pieno della maturità e con tutte le carte in regola per costruirsi un percorso di successo. Anche alle Nitto ATP Finals di casa (a Torino si giocherà fino al 2025), anche negli Slam.

IL PRECEDENTE: GAUDENZI E LA DAVIS 1998

Aveva 25 anni anche Andrea Gaudenzi, l’attuale presidente dell’Atp, quando fu costretto ad abbandonare il primo singolare della finale di Coppa Davis del 1998, contro la Svezia a Milano, per via di un grave infortunio alla spalla. In molti di coloro che – per ragioni anagrafiche – potevano ricordare, questa memoria è tornata a galla nitida e feroce, vedendo le lacrime di Berrettini.

Gaudenzi, come Matteo, stava lottando (contro Magnus Norman) e aveva la chance di vincere, di portare all’Italia il primo punto di un match che invece in quel momento vide crollare ogni speranza di successo. Gaudenzi, come Matteo, giocava in casa e aveva tutto il pubblico dalla sua. Gaudenzi, come Matteo, versò lacrime amare nella consapevolezza di veder svanire davanti ai propri occhi un sogno coltivato per anni e distrutto dalla cattiva sorte, non da un avversario in carne e ossa. Gaudenzi, come Matteo, all’epoca rappresentava il volto fresco e pulito di un movimento che in lui si riconosceva.

Chissà che i due non si possano parlare, chissà che Gaudenzi e Berrettini non trovino modo di mettersi in un angolo e di lasciar scorrere nelle parole quelle delusioni che adesso li accomunano. L’attuale presidente dell’Atp, proprio in virtù del suo ruolo, oggi deve essere un uomo super partes, un uomo delle istituzioni che guarda al generale e non al particolare. Ma per una volta potrà fare un’eccezione, potrà dare una pacca sulla spalla al suo connazionale e raccontargli che sì, anche dopo questi colpi tremendi si può, si deve ripartire.

All’epoca Gaudenzi aveva sì la stessa età di Matteo, ma le loro carriere non sono sovrapponibili per tanti motivi. I 25 anni di allora, nel tennis, non sono i 25 di oggi. E il faentino veniva da una carriera che già da Under 18 gli aveva regalato soddisfazioni importanti. Berrettini ha avuto un percorso diverso, non era uno di quelli su cui si riversavano le attese degli appassionati a livello Juniores. Poi però, lavorando tanto su se stesso, ha recuperato il gap e ha saputo arrivare dove nessun connazionale era mai arrivato. Per esempio in finale a Wimbledon, o due volte (per adesso) nel torneo dei maestri.

COSA RESTA DELLE NITTO ATP FINALS

Le prime Nitto ATP Finals torinesi non nascono dunque sotto una buona stella. Ma ci sono ancora tanti motivi per seguirle fino alla fine. Il primo motivo, restando in tema campanilistico, è la possibile presenza di un altro italiano. Jannik Sinner è la prima riserva, aveva mancato l’approdo in Piemonte per una manciata di punti, ma poi a Torino ci è andato lo stesso, come riserva e come sparring (per esempio di Novak Djokovic). Adesso Jannik potrebbe fare il passo in più, in sostituzione del suo connazionale. Centrare la qualificazione alle semifinali a quel punto, con due sole partite a disposizione, sarebbe un’impresa, ma il solo fatto di esserci, per il ventenne altoatesino, rappresenterebbe un premio a una stagione d’oro.

Poi c’è Novak Djokovic, che si è presentato a Torino ancora ferito dalla delusione degli Us Open, e che tuttavia a Parigi Bercy ha trovato modo di far capire che la sua fame di vittorie non è affatto passata (c’erano pochi dubbi in merito, in verità). Le condizioni di gioco decisamente più veloci rispetto al torneo transalpino potrebbero creargli qualche problema contro personaggi come Daniil Medvedev e Sascha Zverev, forse anche contro Andrey Rublev. Ma poi alla fine il serbo sa sempre come adattarsi per trarre il massimo dalle sue risorse del momento.

La velocità della combinazione campo-palline è tra i temi ricorrenti delle prime giornate. Daniil Medvedev ha detto che non ricorda nessun torneo del Tour giocato in condizioni così rapide, e ha messo l’accento pure su un dettaglio interessante: l’aria ‘secca’ del Pala Alpitour. In realtà al russo non dispiace affatto accorciare gli scambi, anche se molto dipenderà da come si adatteranno a questa situazione i vari avversari.

Intanto, tutto questo è un ulteriore motivo di rammarico per Matteo Berrettini, che proprio sul rapido dà il meglio di sé e aveva il tavolo apparecchiato per una prestazione da libro di storia. Torino, come tutta l’Italia del tennis, oggi è sotto shock, ma deve risollevarsi pensando che di occasioni ne passeranno altre: questo ritiro non è la fine di nulla, è solo un (doloroso) passaggio verso i successi che verranno.