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Berrettini, come te nessuno mai

Pubblicato il 26 ottobre 2021

L’Italia dei record. A Torino, Matteo Berrettini sarà il primo italiano a tagliare il traguardo delle due presenze nelle Nitto ATP Finals. Ma anche Jannik Sinner ha appena centrato un primato per il tennis azzurro, quello dei titoli vinti in una sola stagione. Abbiamo due campioni che non si devono porre nessun limite.

Superando il primo ostacolo nell’Atp 500 di Vienna, Matteo Berrettini ha raggiunto un traguardo da record per il tennis italiano. Un altro, sarebbe meglio dire, dopo la finale di Wimbledon dello scorso luglio. Il 25enne romano sarà il primo azzurro della storia a poter giocare per due volte l’evento di chiusura della stagione, quello che oggi va sotto il nome di Nitto ATP Finals e che in passato era conosciuto come Masters. “Un onore e una gioia difficile da spiegare”, ha detto l’allievo di Vincenzo Santopadre, aggiungendo: “Spero che l’Italia sia fiera di me”.

Sì, l’Italia è fiera di te, Matteo, come lo era già prima che arrivasse l’ufficialità di questo nuovo obiettivo raggiunto. Un obiettivo già inquadrato in maniera nitida quattro mesi fa, sull’erba inglese che gli aveva consentito di fare un altro step nel percorso verso l’Olimpo. Fin dall’ultimo atto raggiunto ai Championships, c’erano pochi dubbi sul fatto che il romano sarebbe potuto entrare fra i migliori otto della Race a fine stagione, ma di fronte a traguardi così grandi c’è sempre un misto tra cautela e superstizione a suggerire di non dare nulla per scontato.

LA SVOLTA DEL 2019: DAI CHALLENGER ALLE NITTO ATP FINALS

Adesso invece lo si può dire a voce alta, lo si può rendere ufficiale come ha fatto l’Atp sui propri canali: ‘Berrettini is in’, Berrettini è a Torino. La prima volta (ma a Londra), fu due anni fa: era il 2019 e Matteo era reduce dalla sua prima annata completa giocata ad alto livello. Eravamo ancora nel mondo pre-covid, niente bolle, niente vaccini, niente restrizioni. Era il mondo del pubblico che poteva esprimere tutta la sua gioia, dal vivo, abbracciandosi per le imprese dei propri atleti preferiti.

In quel mondo, Matteo era partito con una spinta decisa dai Challenger, dal successo nel 125 mila di Phoenix. E pensare che un top 10 ormai stabile (e da tempo), solo un paio di anni fa era ancora impegnato nel Tour minore racconta tutta la grandezza di un’impresa che solo a pensarla fa venire i brividi. Dopo quel titolo americano, Berrettini si prese un’altra bella e più cospicua dose di fiducia trionfando a Budapest, nel suo primo centro a livello Atp. Poi la finale a Monaco di Baviera, la vittoria a Stoccarda, gli ottavi a Wimbledon (con la lezione presa da Federer, quanto mai utile), la semifinale agli Us Open. Un crescendo che lo portò alla O2 Arena, primo azzurro a vincere un match nel torneo dei maestri, per la precisione contro Dominic Thiem.

LE ARMI: DIRITTO, SERVIZIO, LAVORO, CARATTERE

Detto così, in poche righe, sembra un percorso da predestinato, un percorso che era già scritto nel suo talento. Invece Berrettini, per arrivare lassù, ha aggiunto al talento una dose di lavoro extra, necessaria per superare alcune incertezze tecniche e qualche timidezza caratteriale. Un carattere definito da alcuni troppo buono per essere campione, si è mantenuto fedele alla propria natura trovando tuttavia la strada per arrivare a forgiarsi e per non soccombere di fronte ai rivali più ‘cattivi’.

In mezzo, anche qualche guaio fisico da risolvere, ma non tale da comprometterne la corsa. Così adesso Matteo da Roma, 25 anni, numero 7 al mondo, va già messo nel novero degli italiani più forti di ogni tempo. Malgrado non si sia ancora preso uno Slam. Traguardo che – per inciso – andrebbe a sollevare ogni dubbio in merito al ruolo di migliore di sempre nella storia delle racchette tricolori dell’Era Open.

L’obiettivo delle prossime Finals torinesi, per Berrettini, è duplice. Da un lato c’è Torino sullo sfondo, città (e pubblico) da non deludere, nella prima edizione tricolore della competizione nata negli anni Settanta per eleggere il maestro dei maestri. Dall’altra, bisognerebbe provare ad andare oltre quel primo turno (e quel singolo match vinto) di due anni fa. Le chance ci sono, perché nessuno dei big sembra oggi fuori portata, nemmeno un Djokovic che dopo la delusione degli Us Open non si è più fatto vivo nel Tour, e che dunque non potrà ritrovare una condizione ottimale nel giro di pochi giorni. Certo il sorteggio dei gironi farà la sua parte, e ci sono gli ultimi due nomi ancora da decidere, ma ad oggi nessuno – in campo con Matteo – si può sentire tranquillo. Quel servizio e quel diritto, così smisuratamente potenti, sul sintetico del PalaAlpitour saranno armi improprie pronte per sostenere un sogno: trovare per la prima volta un italiano a giocarsi il titolo delle Finals.

LE CHANCE DI JANNIK SINNER

Berrettini, peraltro, potrebbe anche non essere solo. E in fondo chissà, magari lo spera pure, Matteo, perché una eventuale qualificazione di Jannik Sinner lo solleverebbe dall’attenzione totale della stampa e del pubblico. A proposito di record: Jannik, vincendo a Vienna, è diventato il primo italiano di sempre a conquistare quattro trofei del circuito maggiore in una sola annata. In più, ci ha messo una finale nel ‘Mille’ di Miami, che poi a ben vedere è il risultato più importante di tutti.

Sinner non trema, quando la posta in gioco si alza, ed è questa la vera notizia, ripercorrendo tutti i talenti nostrani passati dal Tour prima di questa generazione d’oro. Qui nessuno pensa che vincere un 250 o un 500 – con tutto il rispetto per il torneo di turno – sia un punto di arrivo. Qui si considerano questi successi come passaggi per arrivare a qualcosa di più grande, come tappe necessarie per l’apprendimento costante, tanto caro ai giocatori come ai loro coach.

Sinner si presenta a Vienna con tanta fame di punti, con una condizione stellare e con un traguardo ben preciso in testa. Insieme a lui corrono per Torino anche Casper Ruud, Hubert Hurkacz (sconfitto da Andy Murray), Cameron Norrie, forse pure Felix Auger Aliassime e Aslan Karatsev, seppure siano un po’ più staccati. Torino con due italiani già al primo anno della competizione in Piemonte sarebbe qualcosa di surreale, ripensando a certe stagioni passate dove l’Italia faceva la parte della spettatrice, nel momento in cui si giocava per i grandi traguardi.

La certezza è che né Sinner, né Berrettini, con i loro record battuti di settimana in settimana, nascono dal caso. La certezza è che non sono delle meteore ma realtà consolidate e con radici profonde nell’ambiente dei top players. Possono avere momenti più o meno positivi durante la stagione – del resto capita a chiunque, non si può viaggiare col piede sull’acceleratore per 52 settimane l’anno – ma la solidità mentale, tecnica e fisica di entrambi non è in discussione. Sui dettagli, c’è da lavorare. E sui dettagli si decideranno le prossime sfide, che entrambi non vedono l’ora di trovarsi davanti.