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La rivincita di Ons Jabeur, orgoglio arabo

Pubblicato il 22 ottobre 2021

Ons Jabeur, prima top 10 araba della storia, ci ricorda che il tennis è un gioco e non una guerra. Così non bisogna sempre e per forza ‘fare a botte’, ma si può pure applicare un po’ di sana originalità. Quella che lei mette in ogni palla corta, in ogni angolo stretto, in ogni colpo inusuale eppure intriso di perfezione.

Non è solo perché è araba, non è solo perché – essendo tunisina – è anche africana. Ons Jabeur si sta imponendo all’attenzione del tennis mondiale per una ragione molto più semplice: perché il suo tennis così speciale è un inno alla gioia. Come poi in fondo è anche la sua natura, influenzata ovviamente dalle radici, da quell’essere – come dice lei sorridendo – un prodotto ‘Made in Tunisia’ al cento per cento. Perché sì, durante il percorso ha provato a staccarsi dal suo ambiente e ad allenarsi in Europa, Ons, ma non ha funzionato. Lei era destinata a rimanere lì, dove è nata e cresciuta, dove il suo gioco è stato creato non da tecnici abituati a mettere assieme i pezzi degli aspiranti campioni col copia e incolla, ma semplicemente dalla sua fantasia.

Quella fantasia le ha portato in dote una carriera più lenta di altre colleghe, ma anche per questo più ricca, più consapevole. Nel mentre, in quel mondo arabo nel quale il tennis – precedentemente al suo arrivo – era un pianeta lontano e sconosciuto, lei continuava tuttavia a essere la prima in ogni traguardo possibile e immaginabile. La prima a vincere uno Slam Under 18 (il Roland Garros del 2011), la prima a entrare tra le top 50 Wta, la prima nelle top 20, la prima a conquistare un titolo del Tour maggiore. E, da qualche giorno, la prima nelle top 10. “Il sogno di una vita”, ha sospirato la 27enne nata a Ksar El Hellar e cresciuta a Sousse, aggiungendo però che forse non è il caso di pensare che sia finita qui.

UNA RAGAZZA NORMALE AL NUMERO 8 WTA

In un mondo che esalta la gioventù e l’omologazione, Ons è una benedizione e forse oggi lo stiamo finalmente capendo tutti. Perché sì, è bello vedere una 18enne come Emma Raducanu che emerge dal nulla e vince gli Us Open mostrando forza, coraggio, sana incoscienza. Ma per certi versi è ancora più bello vedere qualcuno che compie un percorso più normale, più umano. Non c’era nulla di predestinato, nella storia della famiglia Jabeur, nulla che potesse dare garanzie in merito al futuro sportivo della figlia, visto che c’erano altri tre pargoli da mantenere e che né papà né mamma erano benestanti, al contrario di ciò che si potrebbe pensare vedendo una tunisina impegnata in uno sport così poco popolare a quelle latitudini.

“Ridevano di me, dei miei sogni”, ha raccontato più volte l’attuale numero 8 Wta. E lei ha fatto ricredere tutti coloro che pensavano alle sue parole come a qualcosa di leggero, impalpabile, roba da bambini. Oggi nessuno ride più di lei. Anzi, quando torna a casa, dopo l’ennesimo grande risultato, le preparano la fanfara e premi e onori come a un capo di stato. Mentre lei ricorda che uno dei suoi obiettivi è quello di rendere popolare il tennis tra Africa e Paesi arabi, di far divertire la gente con qualcosa che non sia il calcio. Ci tiene a ricordare, Ons, che il tennis è uno sport e non una guerra, così non bisogna sempre e per forza ‘fare a botte’, ma si può pure applicare un po’ di sana originalità. Quella che lei mette in ogni palla corta, in ogni angolo stretto, in ogni colpo inusuale eppure intriso di perfezione.

IL TENNIS A 3 ANNI, GRAZIE A MAMMA

Da bambina c’era mamma a scarrozzarla in giro per tornei, cercando sempre di spendere il meno possibile per far quadrare il bilancio di famiglia. Il tennis è entrato nella sua vita a 3 anni, proprio grazie a quella madre già appassionata e a sua volta giocatrice. Quel gioco non sarebbe più uscito, dal suo mondo. Al contrario, il suo mondo è diventato il tennis. E adesso nel mondo di Ons vogliono entrare in tanti, perché se non fosse che è già una top 10 e si prepara a dare l’assalto a titoli sempre più pesanti, qualcuno la potrebbe pure scambiare per una giocatrice da esibizione. Di quelle che vogliono prima fare spettacolo, poi in seconda battuta vincere.

Un po’ ci ha lavorato, su quest’ultimo aspetto. Altrimenti non sarebbe cresciuta così tanto, in particolare dopo lo stop per la pandemia. Però si è lasciata, accanto a una maggiore continuità nei momenti chiave, anche qualche parentesi della Jabeur più acerba, più fedele alla sua natura. Considerato che vincere senza divertirsi o senza divertire, per lei non ha nessun senso. In questo, la tunisina è davvero unica. Ed è in qualche modo un antidoto al modo ormai definito pressoché universalmente ‘corretto’ di intendere lo sport di alto livello. Dove quasi nessuno lascerebbe per strada un ‘quindici’ per un applauso in più. In tutto questo, Ons rimane comunque di base una ragazza umile, tranquilla, poco incline alle uscite mondane e molto più ai suoi affetti. Non è dunque paragonabile a coloro che – nel Tour maschile – cercano in qualche modo di percorrere la stessa strada.

VERSO LO SLAM, CAMBIANDO IL MONDO

Probabilmente lo fanno, Kyrgios & co, con un altro genere di motivazioni. Non tanto per divertire quanto per mostrarsi, per risultare diversi. Ecco, Ons è diversa dalle colleghe, ma non si deve sforzare per esserlo perché resta fedele a come era da bambina, a quella ragazzina che metteva piede sul campo da tennis decisa a passare una bella giornata. Adesso che il sogno top 10 è messo in cassaforte, c’è un altro step da compiere per completare la lista, uno step chiamato Slam. Fin qui, il suo miglior risultato in un Major è rappresentato dai quarti di finale, centrati a Wimbledon quest’anno e agli Australian Open pre-pandemia, quelli del 2020. Per il resto, due ottavi a Parigi e una serie di uscite premature per una col suo talento. Ma con la fiducia conquistata negli ultimi mesi, nemmeno l’obiettivo di alzare uno dei quattro trofei più prestigiosi appare fuori dalla sua portata.

Si sta prendendo tante rivincite, Ons. Su quelli che ridevano di lei, sugli sponsor che l’hanno snobbata a lungo, preferendole giovani di belle speranze (poi spesso naufragate) o provenienti da mondi economicamente più appetibili secondo le logiche di mercato. C’è una foto, sui suoi profili social, che la ritrae col marito Karim Kamoun in una camminata lungo la Grande muraglia cinese. Sulla sua t-shirt c’è scritto ‘we’re going to change the world’, andremo a cambiare il mondo. È solo tennis, sì, ma un pezzettino di mondo si può cambiare anche a forza di carezze.