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Berrettini e l’Italia, un passo ancora

Pubblicato il 10 giugno 2021

L’ennesima sfida Djokovic-Nadal (la numero 58 della serie) non è una bocciatura per i tre italiani in quel settore di tabellone. Al contrario: Musetti, Sinner e Berrettini hanno dimostrato – sulla superficie che amplifica le differenze con i due fenomeni – che non sono poi così lontani.

Novak Djokovic e Rafael Nadal. Ancora loro, per la riedizione numero 58 della sfida delle sfide. Nessuno degli azzurri, alla fine, è riuscito a cambiare quel destino che sembrava segnato fin dal sorteggio del tabellone. Eppure ci abbiamo sperato, e – anche se potrebbe suonare poco incoraggiante – questo è già un passo avanti enorme, rispetto al passato recente. Ci abbiamo sperato con Lorenzo Musetti, per un paio di set (e forse per qualcosa in più). Ci abbiamo sperato persino con Jannik Sinner, almeno fino alla conclusione del primo parziale della sua sfida con Rafa. Ci abbiamo sperato con Matteo Berrettini, che ha trovato il miglior Djokovic del torneo, eppure è andato a un passo dal quinto. La sfida di Matteo al primo della classe è da dividere in due parti. Quella composta dai due set iniziali ha visto il numero 1 del mondo padrone del campo e in grado di neutralizzare in maniera chirurgica i punti forti del rivale. La seconda partita è cominciata invece nel terzo set, quando ormai in tanti stavano immaginando una conclusione rapida della vicenda. Il romano ha saputo comportarsi da top 10, quale è (con pieno merito), dunque non si è fatto condizionare dalla delusione, ma al contrario ha cercato soluzioni diverse e maggiore attenzione, soprattutto sul suo servizio. È bastato per strappare un set (e che set) a Nole, non è bastato per arrivare al quinto. Anche perché quell’interruzione sul 3-2 del quarto parziale, per far uscire il pubblico a causa del coprifuoco, non gli deve aver giovato.

MATTEO: “NON MI ACCONTENTO”

Circostanze particolari a parte, c’è molto merito di Djokovic, nella sua vittoria. Così come c’era nella rimonta ai danni di Lorenzo Musetti, pure bloccato da tensione, crampi e mal di schiena. E allo stesso modo, è stato Nadal a battere Sinner negli ottavi, più che Sinner a farsi battere da Nadal. Sembrano dettagli, invece il futuro è scritto proprio in queste considerazioni. Come nel fatto che gli azzurri – soprattutto Sinner e Berrettini – siano usciti dal campo frustrati e arrabbiati, consapevoli di avere margine e di dover pensare a come si battono, questi fenomeni, piuttosto che a fare bella figura. “Sono contento – ha spiegato l’allievo di Vincenzo Santopadre – ma allo stesso tempo quello che ho ottenuto non mi basta. Non mi basta più un quarto di finale Slam: se ci arrivo, poi voglio la semifinale, e avanti. Adesso arriva Wimbledon, mi concentrerò su quello, sperando di fare meglio. Perché ormai è questa la mia mentalità”. Mentalità è la parola chiave. Laddove in altri periodi, risultati come questi di Parigi, per i nostri, sarebbero stati un punto di arrivo, oggi sappiamo che si tratta di un punto di partenza. Anche per via dell’età: Sinner e Musetti fanno 38 anni in due, Berrettini ne ha 25 ma sta facendo sul serio da tre anni a questa parte, dunque tennisticamente è molto più giovane di quanto dica la sua età.

LA GENERAZIONE RIVOLUZIONARIA?

Quanta manca all’aggancio? Difficile da prevedere, perché tutto sommato di segnali di cedimento, da parte di quei due (Djokovic e Nadal) non se ne vedono poi molti. Se Federer è ormai a mezzo servizio, Rafa e Nole si prendono sì qualche pausa ogni tanto, ma non nei tornei che contano, non negli Slam. E per quanto oggi le loro sfide non siano più così affascinanti per il pubblico, rispetto a quanto potevano esserlo qualche anno fa, la loro rivalità è destinata a proseguire ulteriormente. Quello che conta, tuttavia, è che il loro dominio non sia più soltanto nelle loro mani. Sinner, Musetti e Berrettini, ma pure Tsitsipas, Zverev, Thiem, Medvedev, Rublev e tutti gli altri che ambiscono alle posizioni di vertice e ai Major, sanno che il destino del circuito nei prossimi anni passa anche dai loro progressi. Sanno che le distanze si stanno avvicinando, che sono loro la generazione incaricata di mettere fine all’epoca dei Big 3. Una sensazione che a qualcuno può dare ansia, ma che ad altri può mettere le ali. L’impressione è che i tre italiani facciano parte della seconda schiera: niente più complessi di inferiorità, niente più ‘belle sconfitte’. Da questo Roland Garros (che non è ancora quello della rivoluzione), dobbiamo uscire con questa consapevolezza.