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Un anno di pandemia, così cambia il tennis

Pubblicato il 5 marzo 2021

Un aumento degli infortuni, una diminuzione (drastica) dei montepremi, l’assenza quasi totale del pubblico sulle tribune. A un anno dalla cancellazione di Indian Wells, il tennis fa ancora i conti con i costi di una pandemia che sta cambiando il modo di vivere lo sport.

Indian Wells, 6 marzo 2020: voci sempre più insistenti danno il Masters 1000 americano in difficoltà, addirittura a rischio. Prima arrivano avvisi degli organizzatori sulla possibilità, per il pubblico, di chiedere il rimborso del biglietto. Poi si pensa di giocare a porte chiuse. Passano altre quarantotto ore e il torneo viene cancellato. È il primo grande evento sportivo a subire le conseguenze della pandemia, è il primo torneo di tennis di questo livello a essere cancellato completamente dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quei giorni, tutto il mondo comincia a capire quello che la Cina inizialmente e in seguito l’Italia avevano già sperimentato: il coronavirus è un pericolo tremendamente serio per chiunque, in ogni parte del pianeta. E per cercare di limitarne la diffusione andremo incontro a un lungo periodo fatto di rinunce e di cambiamenti radicali nelle nostre vite. Ma adesso, quando ormai il Tour dei pro in qualche modo è ricominciato e ha ripreso la sua corsa, quando sono passati dodici mesi da quell’annuncio shock, come ce la stiamo cavando? E quali conseguenze ha portato, la pandemia, nel mondo del tennis?

CONSEGUENZA N. 1: GLI INFORTUNI

Il primo dato che salta all’occhio è l’incidenza molto alta degli infortuni, anche in coloro che in precedenza ne avevano sofferto raramente. Proprio mentre Roger Federer si appresta a rientrare in scena, ci sono tanti suoi rivali che faticano. Novak Djokovic, per esempio, ha sì vinto l’Australian Open ma lo ha fatto dovendo venire a patti con un problema agli addominali tutt’altro che banale, e che adesso preoccupa non poco il suo staff in vista dei prossimi appuntamenti. Rafael Nadal ha dichiarato di non ricordare l’ultima volta che ha giocato senza dolori, e la schiena in Australia non lo ha aiutato. Matteo Berrettini è un altro che ha pagato dazio, sempre per causa degli addominali (problema comune a molti), ma in generale è davvero difficile trovare uno dei big che sia passato indenne dalle varie quarantene, senza subire acciacchi. Proprio i ritmi particolari dettati dalle restrizioni sono i primi responsabili di questa situazione, peraltro inevitabile: ognuno cerca di limitare i danni e di prepararsi come può, a volte tra le mura di una stanza dove deve stare rinchiuso per quindici giorni. Ma non c’è dubbio che la sostanziale impossibilità di mantenere un programma di lungo periodo porti i professionisti, normalmente delle macchine quasi perfette, a incontrare delle serie difficoltà nel mantenere una condizione accettabile.

CONSEGUENZA N. 2: MANCANO I SOLDI

I montepremi di quasi tutti i tornei – Slam esclusi – stanno subendo le conseguenze della pandemia: gli sponsor non possono garantire lo stesso appoggio del mondo pre-Covid-19, il pubblico non è più una risorsa, e gli organizzatori dei tornei devono fare i salti mortali per mantenere i loro eventi in calendario. Quando ci riescono (cosa affatto scontata), devono spesso ridurre le uscite. Niente più compensi extra ai big, e soprattutto drastici tagli ai prize money, in modo particolare nei turni decisivi. Un esempio? Miami, che resiste al contrario di Indian Wells, consegnerà al vincitore del singolare un assegno da trecentomila dollari, contro il milione e trecentomila mila (e passa) del 2019. A livello più basso le cose non vanno molto meglio. Perché se nei Challenger e negli Itf i montepremi sono rimasti sostanzialmente invariati, ciò che cambia è la possibilità per i tornei di offrire l’ospitalità allo stesso livello di un anno normale. Senza contare che i tornei tendono a diminuire rapidamente per via delle cancellazioni di quelli che proprio, pur con tutta la buona volontà, non ce la fanno.

CONSEGUENZA N. 3: MANCA IL PUBBLICO

Se mancano i soldi, come detto, è anche perché nella quasi totalità dei casi manca il pubblico. O perlomeno le presenze hanno subito tagli ben superiori al 50 per cento, anche laddove le restrizioni sono meno severe. Al tennis (come allo sport in generale) senza spettatori ci stiamo tristemente abituando, e ancorché sia una condizione poco esaltante, è al contempo pure l’unica che consente di far viaggiare ugualmente la macchina. Una macchina che non dà da mangiare solo ai giocatori, ma anche a tutto un indotto fatto di coloro che per i tornei e per il circuito lavorano 365 giorni. A un anno da quello storico Indian Wells fantasma, non sappiamo ancora quando ci sarà concesso di tornare alla normalità. Ma la normalità, o una parvenza di quella nuova vita che ci aspetta, passerà necessariamente per la presenza della gente sulle tribune. Quella che può, con un semplice applauso, dare fiato e morale a un campione in difficoltà.