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Medvedev, il primo dei secondi

Pubblicato il 9 novembre 2020

Durante l’estate e l’autunno del 2019 era parso chiaro chi fosse il vero candidato a prendere il posto dei Big 3, o almeno quello in grado di metterli maggiormente in crisi, anche nei grandi tornei. Ma il tennis non è una scienza esatta, le sensazioni cambiano in fretta e a volte basta poco per ritrovarsi normale dopo essere stato speciale. Daniil Medvedev è stato tra coloro che più hanno sofferto questa annata maledetta. Un po’ perché tutti i risultati da confermare in pochi mesi, al rientro dopo la sospensione del Tour, gli hanno messo addosso una pressione fin qui sconosciuta. E un po’ perché quel tennis così personale ha sempre bisogno di tanta fiducia per essere efficace. È sufficiente qualche dubbio, e ciò che prima funzionava a meraviglia si ritrova improvvisamente inceppato. Poi arriva il circolo vizioso: insieme ai colpi si danneggia la mente, insieme ai pensieri ingarbugliati, il fisico non risponde come prima. È servita Parigi, per ridare forza alla candidatura di Daniil, che adesso è tornato al numero 4 del ranking mondiale, un gradino sopra a Roger Federer. È servita una settimana finalmente all’altezza per donargli un sorriso che pareva perduto.

FRANCESE DI ADOZIONE

Nel buio e nel silenzio triste della Accor Arena di Parigi, il moscovita ha battuto in rimonta Alexander Zverev per un titolo dal sapore particolare. Intanto è il primo del 2020, dopo i quattro incamerati nel 2019. Poi è il primo su suolo francese, per un ragazzo che proprio in Francia ha trovato una base e un coach – Gilles Cervara – in grado di traghettarlo verso la vetta. “Non ero sicuro di avere il livello per stare coi migliori”, ha ammesso il 24enne russo in un’intervista genuina e al contempo surreale, a testimonianza del fatto che i dubbi emersi in questi mesi non erano affatto di poco conto. Del resto, qualche ragione per preoccuparsi Daniil ce l’aveva: la semifinale degli Us Open era stato l’unico vero lampo in mezzo a troppe sconfitte evitabili di fronte ad avversari di valore ma, teoricamente, alla sua portata. E nemmeno quella semifinale, in fondo, lo aveva convinto appieno. Perché a New York, stavolta, Medvedev voleva vincere. Sapeva di avere una grande chance, con i fenomeni fuori dai piedi e con Thiem e Zverev che fin lì non avevano mostrato di essere più forti di lui sui campi in cemento. Per questo, la sconfitta subita dall’austriaco è stato un altro duro colpo da assorbire, con le ambizioni improvvisamente ridimensionate e molte più domande che risposte nella testa.

VERSO IL NUMERO 1

Quella Parigi che durante il Roland Garros lo aveva bocciato in maniera severa, adesso lo coccola come un figlio adottivo. Uno che parla francese (quasi) come un nativo e che anche solo per questo motivo si può sentire amato Oltralpe al pari di chi in Francia ci è nato. E chissà che la condizione ideale sia arrivata proprio al momento giusto per fare delle Atp Finals un’altra tappa della sua scalata. A Londra, Medvedev sarà uno dei favoriti, perché in fondo rispetto agli avversari è arrivato più fresco, ancorché più fragile. “Non conosco i miei limiti, non ancora – ha detto Daniil – e forse arrivare a individuarli dovrà essere il principale obiettivo nella mia carriera. Sento dire in giro che nessuno dovrebbe porsi limiti, invece io penso che esistano per chiunque, ma sono curioso di capire a che punto si trovano, fin dove può spingersi il mio gioco”. Molti sostengono che il suo tennis così atipico eppure così intrigante possa portarlo fino al numero 1. Lui non lo esclude, ma sull’ipotesi cerca di mantenere un certo distacco. Intanto, si accontenta di essere il primo dei secondi. In fondo, per essere il migliore, di tempo ce n’è ancora.