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Nole & Rafa, i due mostri

Pubblicato il 17 settembre 2020

Rafael Nadal e Novak Djokovic lanciano un messaggio forte e chiaro a tutti: chi pensava che Nole potesse risentire delle vicende di New York e che Rafa fosse arrugginito dopo i quasi 200 giorni senza match si sbagliava di grosso.

NADAL È QUELLO DI PRIMA

Non scendeva in campo da quasi 200 giorni, poteva essere arrugginito. Giocava con il semifinalista degli Us Open, poteva andare in difficoltà. Macché il Rafael Nadal rientrato dopo la quarantena sul Centrale del Foro Italico contro il connazionale Pablo Carreno Busta è uguale a prima. Anzi, è tirato a lucido e a nuovo. Ritrovando le certezze lasciate in febbraio sul cemento di Acapulco, dove disputò l’ultimo match ufficiale prima della pandemia. Insomma, Rafa non è cambiato in nulla: nella velocità dei piedi per esempio; nella scioltezza a trovare il colpo vincente con entrambi i fondamentali; nella lucidità di scegliere la variazione giusta al momento giusto. Due game persi, tanta consapevolezza trovata. “Non mi aspettavo nemmeno io di giocare così al rientro”. Il messaggio è forte è chiaro.

 

DJOKOVIC TESTA ROSSA

È finita con Novak Djokovic in mezzo al Campo Centrale vuoto a effettuare la sua solita esultanza, ormai un marchio di fabbrica. Ed è finita con un accenno di sorriso sul volto di Salvatore Caruso, consapevole di aver fatto tutto quel che poteva per far soffrire il Djoker sfruttando tutta la sua propensione alla terra rossa e alla lotta, le stesse armi che lo hanno promosso dal 1° turno contro Sandgren. Ma il numero 1 del mondo, reduce da New York, non si è trovato per nulla spaesato dalla transizione sul rosso: “Agli Us Open sono uscito di scena troppo presto, e così ho avuto tempo di prepararmi per la terra rossa, una superficie che mi piace e sulla quale sono abituato a giocare fin da ragazzino”. Un avvertimento per tutti, dagli ottavi (contro il connazionale Krajinovic) fino all’epilogo di lunedì: questo è un Djokovic testa rossa.

 

BERRETTINI CRESCE PIANO PIANO

Il più critico con sé stesso è stato proprio lui. Matteo Berrettini ha ritrovato la terra rossa un anno e quattro mesi dopo l’ultima volta, al Roland Garros del 2019. Lo ha fatto con una prova in crescendo, utile per dare due set a zero a Federico Coria, fratello di Guillermo che qui perse una finale-maratona storica contro Nadal nel 2005. “Ho cominciato male, soprattutto nei game in risposta – ha detto il 24enne romano – ma poi sono decisamente salito di livello”. Il punteggio (7-5 6-1) testimonia il trend del confronto e la bontà dell’auto-analisi. Per arrivare in fondo nella sua città dovrà fare un altro scattino verso l’alto, a partire dalla sfida degli ottavi di finale contro il marchigiano Travaglia.

 

UN NUOVO TRAVAGLIA

La vittoria di Stefano Travaglia ai danni di Borna Coric ci dice tante cose. La prima è che la polverina magica azzurra che quest’anno avvolge in un abbraccio costante il Foro Italico non accenna a dileguarsi. La seconda è che il 28enne di Ascoli Piceno è un giocatore cresciuto, migliore, più forte. Lo è certamente sul lato del rovescio. E lo è certamente sotto l’aspetto mentale. In altre fasi di carriera questa partita avrebbe faticato a vincerla: adesso la testa nei momenti chiave è più lucida, e anche il lato sinistro del campo non è più fragile. Merito anche della cura di coach Simone Vagnozzi, che in carriera un lavoro del genere su quel colpo già l’aveva compiuto con Marco Cecchinato. Sappiamo bene con quali risultati. Il primo effetto del cambiamento, il più immediato, è il derby azzurro negli ottavi di finale con Berrettini.

 

CECK-OUT

Avrebbe potuto legittimamente ambire a una nuova sfida con Novak Djokovic, dopo quella indimenticabile del 2018 sul rosso di Parigi. Invece Marco Cecchinato si è fermato al secondo turno aprendo così la via a un derby tutto serbo negli ottavi di finale. La sfida a Nole toccherà quindi a Filip Krajinovic, un giocatore che Cecchinato conosce benissimo perché i due sono quasi coetanei. Non è bastato questo per disinnescare uno dei momenti migliori della carriera altalenante del 28enne di Sombor, oggi n.29 delle classifiche Atp, a tre soli scalini dal best ranking ottenuto nel 2018 (26).

 

TROPPA HALEP, MA CHE BELLA JASMINE

Non può bastare quel doppio fallo sul match point per cancellare la bella figura di Jasmine Paolini contro Simona Halep. La 24enne toscana ha giocato con personalità contro la n.2 del mondo, vincitrice di due Slam e prima favorita del seeding a Roma. Lo ha fatto in uno Stadio Pietrangeli infuocato dai 31 gradi centigradi dell’ora di pranzo, guidando a tratti lo scambio con i fondamentali da fondo. Se qualcosa l’ha tradita, quello è stato il servizio (al di là dei 7 doppi falli): un colpo col freno a mano tirato in primis dai 162 cm di altezza. Eppure la Halep, con cui la toscana ha duellato per un’ora e venti abbondanti è una giocatrice in striscia positiva aperta dal titolo di Praga (anzi, tecnicamente e non considerando lo stop per pandemia, dal titolo di Dubai). Ora va a caccia del bersaglio grosso, dopo averlo solo sfiorato nelle due finali perse contro Elina Svitolina tra 2017 e 2018.

 

VICTORIA VOLA ANCORA

Sono passati 21 anni da quando Venus Williams vinse il torneo di Roma. Ma il suo ennesimo ritorno al Foro Italico l’ha onorato alla grande, pur cedendo alla bielorussa Victoria Azarenka. Mica una qualunque, vista la finale sulla terra rossa degli Internazionali nel 2013 e, soprattutto, visto il recente ritorno ad altissimi livelli che l’ha portata a una vittoria sola di distanza dalla conquista degli Us Open. Insomma, un confronto da argenteria lucidata e tovaglia buona che porta in dote alla vincitrice la sfida di ottavi di finale con la 21enne statunitense Sofia Kenin, terza forza del tabellone e numero 5 del ranking mondiale.