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Rublev il picchiatore

Pubblicato il 15 settembre 2020

Andrey Rublev non aveva mai giocato agli Internazionali BNL d’Italia e nel giorno del suo esordio assoluto ha mostrato le armi con cui gli piace mandare al tappeto gli avversari, come un pugile. Questa settimana c’è lui dietro Nadal e Djokovic?

Anche a vederlo sul Centrale di Roma, dove ha giocato per la prima volta, pare che stia su un ring. Al suo esordio assoluto agli Internazionali BNL d’Italia, Andrey Rublev ha collezionato il ventesimo k.o. stagionale in suo favore. Al tappeto, in buona compagnia, questa volta ci è andato Facundo Bagnis, qualificato argentino e mancino che – al primo confronto col 22enne di Mosca – ha fatto tutto il possibile. Difesa alta, gioco di gambe, qualche incursione e alcuni montanti a segno con rapidità e incisività. Alla fine però Rublev ha buttato giù anche lui, raggiungendo quota 20. Detta così può sembrare cosa da poco: e invece quel numerino sta a significare che il russo è il tennista più vincente di questo pazzo 2020, dietro soltanto a Novak Djokovic (26). Non solo e non soltanto in quanto a singoli match portati a casa, 20 appunto, ma pure per titoli (2, Doha e Adelaide; Nole è a quota 3).

 

FIGLIO DI UN PUGILE

Sarà perché è il figlio di un boxeur, che si chiama Andrey come lui; sarà perché la veemenza con cui si scaraventa sulla palla per colpire il diritto ricorda quella di un destro in pieno mento. Sta di fatto che, in questo momento, il picchiatore più pericoloso del circuito Atp è lui. A New York l’ha dimostrato, prendendo a cazzotti tanti – compreso un Top 10 come l’azzurro Matteo Berrettini – fino ai quarti di finale, risultato già raggiunto nel 2017 quando diventò il più giovane a spingersi così in là nella Grande Mela dai tempi di Andy Roddick (2001). Insomma, adesso che Thiem si sta godendo il primo successo Slam, adesso che Zverev si sta leccando le ferite per esserci arrivato a un soffio e adesso che Medvedev sta dietro alla lavagna per capire cosa manca per fare il salto definitivo, è lui il terzo nella lista da tenere d’occhio da qui a lunedì. Dietro a Djokovic e Nadal, ovviamente.

 

LA SCUOLA SPAGNOLA

A voler proprio onorare il peso delle classifiche (Rublev è n.12, best ranking) e del seeding (9), davanti a lui ci stanno in molti. Compreso quel peso massimo della racchetta che è Stefanos Tsitsipas, mercoledì di fronte a Jannik Sinner a caccia di rivalsa dopo la prematura uscita di scena agli Us Open. Rublev in questo momento però sembra il più cattivo, il più feroce. Anche perché i dolori a polso e schiena che ogni buon picchiatore si porta dietro paiono dargli finalmente tregua dopo avergli funestato buona parte del 2018 e oltre un mese di 2019. Lui, poi, sulla terra rossa non ci è nato ma ci è cresciuto. Passo dopo passo e top spin dopo top spin, arrotato con la stessa foga con cui Rocky spaccava la legna, sotto la guida di Fernando Vicente. Un bel terraiolo Anni ‘90, da Benicarló, comunità che dalla costa valenciana si affaccia sul Mediterraneo.

 

PICCHIARE NON BASTA

“Lavoro con Rublev da anni e ha cambiato praticamente tutto del suo gioco”, ha sottolineato il coach spagnolo. “Non è mai stufo di stare in campo, però non è neanche un tipo paziente. All’inizio non aveva idea di come giocare tatticamente”. Lui picchiava e picchiava, picchiava e basta: “Ha sempre colpito a tutta, ma non sapeva ‘come correre’ e non capiva davvero che cosa succedeva intorno a lui”. Vicente è stato n.29 al mondo nel 2000, con tre titoli Atp nel palmarès (tutti sulla terra) e conosce bene il valore del duro lavoro: “Per lui non è un problema allenarsi, può rimanerci per ore in campo”. Più complicato è fargli capire che dall’altra parte della rete non c’è un punching bowl da prendere di mira ma una testa pensante: “Un avversario che può giocare bene e può fare punti senza che lui debba per forza impazzire e uscire mentalmente dalla partita”. Perché un pugile che picchia forte soltanto è una cosa, un pugile che pensa e che usa la testa è tutt’altra. Le prossime riprese sul ring di Roma – col polacco Hurkacz nella fetta di tabellone presidiata dall’argentino Diego Schwartzman – ci diranno a che punto è il processo di maturazione. Gong.