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Dagli Us Open nasce un nuovo Thiem

Pubblicato il 14 settembre 2020

Oltre ogni dubbio e oltre ogni paura agli US Open: Dominic Thiem diventa il campione Slam numero 150, il primo nato negli anni 90. Lo fa al termine di quattro ore durissime contro uno Zverev troppo timoroso nel momento di sfruttare le sue chance.

Ha avuto bisogno di attendere la quarta finale, ha dovuto recuperare due set di ritardo, ha lottato contro una condizione fisica che stava peggiorando game dopo game. E ha vinto in uno stadio vuoto, senza quel calore che un match decisivo chiuso al quinto avrebbe meritato. Eppure, nonostante tutti questi distinguo, Dominic Thiem ha finalmente vinto un torneo del Grande Slam, diventando il campione numero 150 della storia dei Major, il primo nato negli anni Novanta e il primo nome nuovo da Marin Cilic, che proprio a New York si impose nel 2014. Alla fine si sono abbracciati, Dominic e Alexander Zverev, rompendo la regola del distanziamento che vale anche al momento della stretta di mano. Lo hanno fatto perché sono due amici, oltre che due colleghi, e perché una partita così se la ricorderanno a lungo, per tanti motivi. Forse, anche per via di quel clima surreale che si è respirato quando i momenti drammatici (sportivamente parlando, ce ne sono stati parecchi) non hanno trovato nessuna sottolineatura all’esterno, ma sono stati vissuti comunque da ognuno dei due come in una finale normale.

ORA IL ROLAND GARROS (E LA PROVA NADAL)

A 27 anni, è un possibile momento di svolta nella carriera di Thiem, troppo a lungo nell’ombra dei Big Three, ma pure di altri che di volta in volta si sono presi la scena mentre lui annaspava nei dubbi di un tennis troppo difficile da supportare con costanza. Una svolta che tuttavia andrà confermata quando Nadal e Federer torneranno in gara e quando Novak Djokovic eviterà di auto-eliminarsi come gli è accaduto a New York. L’occasione arriverà presto, e guarda caso proprio in quel Roland Garros che rappresenta il terreno preferito dell’austriaco e che per la prima volta nella storia arriva immediatamente dopo gli Us Open, in mezzo a questa stagione impazzita e stravolta dal coronavirus. Lì, sulla terra che Dominic ha sempre saputo addomesticare molto meglio che qualsiasi altra superficie, ci sarà una prima chance di dimostrare che Flushing Meadows non è stato un caso, che questo trionfo va al di là delle circostanze del caso specifico. Sotto il profilo tecnico, la distanza con Nadal non si annullerà in un battito di ciglia, c’è poco di che illudersi. Ma forse sarà sufficiente la fiducia incamerata per aver finalmente rotto il tabù Slam, per consentire a Thiem di giocarsela davvero alla pari.

LE INCERTEZZE DI ZVEREV

Nelle quattro ore e due minuti che hanno consegnato all’austriaco il trofeo (assegnato per la prima volta al tie-break del quinto), c’è però anche una grande collaborazione di uno Zverev che ha avuto parecchie chance, e che si è perso in paure più grandi di lui. Quelle paure che invece durante le due settimane newyorchesi parevano essere state scacciate come il peggiore degli incubi. Il servizio, nei momenti clou, ha cominciato ad avere la tremarella, e così pure quei colpi robusti che all’inizio sembravano inscalfibili, a un certo punto della lotta sono cambiati. Sono diventati più timorosi e più gestibili, al contatto visivo con il traguardo. Ecco dove – seppur per due soli miseri punti – le strade dei finalisti hanno preso direzioni diverse: nella gestione della tensione per trovarsi di fronte alla chance concreta del primo successo che conta. Zverev ha dimostrato di avere ancora troppi dubbi da limare, per poter ambire a diventare grande sul serio. Thiem ha ribadito che dietro alle incertezze dei suoi colpi esteticamente straordinari, ma scagliati spesso da troppo lontano, si cela un carattere non comune, una voglia di emergere che va oltre i difetti. “Questo successo – ha scritto Dominic sui social – rappresenta bene la mia carriera, fatta di tanti alti e bassi”. Prenderne coscienza e lavorarci, su più fronti, è stata la base del suo primo trionfo Slam. Probabilmente, non l’ultimo.