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Thiago Seyboth Wild, tra gioia e dolore

Pubblicato il 25 marzo 2020

Dal primo titolo Atp della carriera all’angoscia per la positività al Covid-19. Nel giro di tre settimane, Thiago Seyboth Wild ha visto la propria vita stravolta nel bene e nel male. Il 20enne che studia da medico deve superare questo momento difficile. Poi tornerà in campo per seguire l’esempio dei suoi modelli: Rafa Nadal e Guga Kuerten.

Il primo tennista professionista colpito direttamente dall’emergenza coronavirus, nel frattempo, ha compiuto vent’anni ed è già chiamato a una grande prova di resistenza, fisica e morale. Thiago non è ancora nei top 100, ma quando uscirà da tutto questo, quando riprenderà l’attività, sarà soltanto questione di tempo. Poi, quello non sarà più nemmeno un traguardo, bensì un punto di partenza. Seyboth Wild non è particolarmente originale se gli si chiede l’esempio con il quale è cresciuto: Rafael Nadal. Comincia a diventare decisamente più particolare nel momento in cui immagina come sarebbe stata la sua vita lontano dal tennis: “Mi sarebbe piaciuto sviluppare una carriera nel mondo della medicina – dice – per cercare di essere utile davvero alle persone”. Una frase che oggi assume un significato decisamente diverso, rispetto a quello che avrebbe avuto in tempi normali. Intanto continua a studiare per non lasciar cadere il suo piano B, seppure con lezioni online. Nel mentre, il destino lo aveva però trascinato sul campo, racchetta alla mano, cercando di riportare il Brasile ai tempi d’oro di Gustavo Kuerten.

L’ESEMPIO DI KUERTEN

Quando Guga conquistava Parigi per la seconda volta, Thiago era appena nato. Eppure quel nome e quel cuore disegnato sulla terra battuta del Centrale sono parte decisiva nello sviluppo suo, come di ogni tennista brasiliano delle ultime due decadi. Kuerten era talento, tanto, nel braccio e nella testa. Ma era soprattutto passione e resistenza, al dolore fisico ed emotivo. Di emozione ce n’è tanta pure in Thiago, ragazzotto prestante e deciso, con la testa ben piantata sulle spalle larghe e con la decisione di chi si è fatto chilometri e chilometri, con la famiglia, per trovare le condizioni ideali dove esprimere il suo potenziale. Oggi quel luogo che è palestra di sogni e speranze è Rio de Janeiro, il cuore del Brasile più autentico. Lì, Seyboth Wild ha cominciato a capire che tutto l’impegno messo sul campo nella sua adolescenza non era stato tempo sprecato.

IL CAMMINO DI SANTIAGO

Santiago del Cile, settimana a cavallo tra febbraio e marzo. Il bubbone coronavirus sta per scoppiare ovunque, ma quella fetta di terra che dà sul Pacifico sembra ancora immune, il pericolo non si avverte. Perciò il torneo si gioca, e sarà proprio il torneo di Thiago, probabilmente il primo di una serie lunga chissà quanto. Il brasiliano arriva con due partite vinte nel circuito maggiore in tutta la sua carriera precedente. Poi però ne mette assieme cinque in una volta sola, batte in finale Casper Ruud e dimostra che oltre al braccio veloce c’è pure parecchia sostanza. In Italia, lo avevamo capito con un anno e mezzo di anticipo. Siamo agli Us Open del settembre 2018, nella finale del torneo Juniores l’azzurro Lorenzo Musetti cerca il colpaccio, ma a fermarlo a un passo dal titolo c’è proprio lui, Seyboth Wild. Che si ritrova sotto di un break al quinto, ma pesca le energie mentali per ribaltare una partita complessa.

SECONDO TRA I NEXT GEN

Il ragazzo sa vincere, dunque. E questo basterebbe per metterlo piuttosto in alto nella lista dei Next Gen da tenere d’occhio. In una stagione come questa, stravolta dall’incubo dell’emergenza sanitaria globale, vien buona inoltre un’altra sua passione: la meditazione. Che non è esattamente una pratica peculiare di quel popolo, e dunque a maggior ragione va apprezzata, laddove passione e istinto la dovrebbero fare da padrone. Thiago Seyboth Wild è un mix ben riuscito tra la genialità verdeoro e la concretezza di una famiglia nella quale non si è mai perso di vista l’obiettivo, fin da quando papà Claudio Ricardo mise il figlio di quattro anni sul campo da tennis per la prima volta. Oggi quel bimbo è diventato grande, è numero 2 della Race to Milan, e l’anno più difficile dal Dopoguerra potrà ricordarlo anche per il suo ingresso nel tennis che conta.