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LA SCALATA DI MAGER

Pubblicato il 21 febbraio 2020

I quarti di finale nell’Atp 500 di Rio possono rappresentare la svolta decisiva nella carriera di Gianluca Mager. Ecco il percorso – decisamente atipico – di un talento costruito sull’umiltà e sulla pazienza.

Da Sanremo non arrivano soltanto canzonette. Arrivano anche tennisti. Gianluca Mager, 25 anni e un percorso di crescita fatto perlopiù nella città dei fiori, da ieri è un altro giocatore. Il traguardo di ogni professionista, quello dei top 100, è lì a un passo ma dista ancora qualche punto. Ciò che però cambia la vita, in questo caso, è arrivare nei quarti di finale di un Atp 500, quello di Rio de Janeiro. Dopo che in tutta la vita precedente il Tour maggiore lo si era visto col binocolo. In Brasile Gianluca si è qualificato dominando Collarini e Balazs, poi ha fatto fuori Casper Ruud, che arrivava dal suo primo titolo conquistato a Buenos Aires. E infine ha regolato quel giocatore tanto brutto (tennisticamente parlando) quanto tignoso di Joao Domingues, per guadagnarsi il match più importante della sua carriera di fronte a Dominic Thiem.

LA FIDANZATA COME COACH

Una favola che nasconde un percorso durissimo, fatto di sogni andati persi e poi ritrovati quando pareva pressoché impossibile riavvolgere il nastro. Una favola che racconta di una parte del percorso fatta con l’ex davisman Diego Nargiso, e poi di una seconda con un amore-coach accanto. Mager ha rappresentato negli anni scorsi un caso più unico che raro nel panorama dei pro con racchetta, visto che al suo fianco in veste di allenatore ha voluto la sua compagna di vita. Valentine Confalonieri è stata pure lei una giocatrice. Anzi di più, è stata una speranza concreta del tennis tricolore. Non ha sfondato, ma capisce benissimo cosa serve a un ragazzo che sta affrontando questo cammino. Capisce quando serve una carezza e quando serve stare in campo un’ora in più per forgiare col lavoro un talento comunque indiscutibile.

COMPLETO ED EFFICACE

Mager, agli occhi del pubblico di appassionati che segue questo mondo, è stato etichettato varie volte e spesso in maniera frettolosa (dunque sbagliata). Prima ‘l’eterna promessa’, poi il ‘buon seconda categoria’, infine il ‘giocatore da Challenger’. Nulla di tutto questo. Il ligure è uno che – con gli standard odierni – ha davanti una decina d’anni di carriera e ha i top 100 Atp a un tiro di schioppo. Ciò che succederà da quel momento in poi, sarà tutta bellezza imprevista (per i più) ma perfettamente in linea da un lato con le ambizioni dell’interessato, dall’altro con un bagaglio tecnico che non conosce punti deboli evidenti. Il sanremese, oggi con l’ex top 100 romano Flavio Cipolla al suo angolo, può giocare con la stessa disinvoltura sul veloce e sulla terra (compresa quella lenta, come a Rio), può farti punto diretto con il servizio, spararti un diritto vincente o metterti un passante di rovescio quando pensavi di aver già chiuso la volèe. Non è appariscente, è vero, e la gestualità è tutta personale. Ma qui conta altro: efficacia e regolarità.

UMILTÀ AL POTERE

A Rio c’è un altro italiano nei quarti, pure lui con una strada molto poco convenzionale alle spalle. Lorenzo Sonego non lo scopriamo in questo torneo, ma dopo undici sconfitte consecutive serviva una scossa, una nuova partenza. Il torinese l’ha trovata in una vittoria contro Leonardo Mayer che non ha fatto luccicare gli occhi ai puristi, ma che è arrivata come una cascata di fiducia improvvisa. Tanto che poi al turno seguente, Lorenzo si è preso lo scalpo del numero 2, quel Dusan Lajovic che lo aveva fatto fuori nei quarti a Monte-Carlo. Sonego festeggia virtualmente il suo best ranking e riparte per una stagione complicata, quella della conferma a un livello – top 50 Atp – che fino a dodici mesi fa lo stesso protagonista della vicenda non era ancora sicuro di valere. Dalla sua ha l’umiltà di chi arriva dalla gavetta dura, di chi sa di non poter dare nulla per scontato. Come Mager, come tanti italiani che stanno trovando negli ultimi anni il loro personale cammino verso il successo.