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BERRETTINI CAMBIA MARCIA

Pubblicato il 17 giugno 2019

A 23 anni compiuti da poco, Matteo Berrettini ha vinto tre tornei Atp (nel giro di undici mesi), due su terra e uno su erba, superficie che storicamente agli italiani è abbastanza indigesta. È numero 22 del mondo e 14 della Race. È un giocatore che il mondo guarda con ammirazione e curiosità. Ogni sua partita è un passo avanti, non solo per via dei risultati sempre più prestigiosi. Ogni sua partita evidenzia un progresso, in questo o in quel settore. Prendiamo il servizio, efficace da sempre, forse l’unico colpo davvero naturale del suo repertorio: oggi propone una maggiore varietà nelle rotazioni e negli angoli, una maggiore sicurezza nei momenti cruciali. Un paragone valido anche con l’inizio del 2019, non solo con il periodo dei (pochi) tornei giovanili. Prendiamo il rovescio: nella vittoria di Stoccarda contro Felix Auger-Aliassime, Matteo ha raccolto alcuni punti decisivi grazie ai passanti coperti sul lato sinistro. Ma ciò che appare evidente è la padronanza dello slice, determinante per attaccare sui prati.

PAROLE DA CAMPIONE

Il titolo conquistato in Germania è il più importante dei tre che il romano ha messo in bacheca sin qui. Perché il campo dei partecipanti (Sascha Zverev, Nick Kyrgios, i russi Khachanov e Medvedev) era di altissima qualità, in particolare se rapportato alla superficie. E perché il modo in cui è arrivato – cinque vittorie in due set, senza mai perdere il servizio – è qualcosa che appartiene alla sfera dei campioni. Quelli veri. Così come alla sfera dei campioni appartengono le parole dell’allievo di Vincenzo Santopadre: parole di uno che sa bene cosa sono il rispetto, la riconoscenza, la gratitudine. Per questo, non c’è da aver paura che si perda. Ciò che Matteo Berrettini conquisterà sul campo sarà esattamente ciò che si merita e ciò che può raccogliere con le sue qualità. Non sarà, per intendersi, uno che lascia per strada qualche rimpianto.

NESSUN LIMITE

Il romano è il primo italiano a vincere tre prove del circuito maggiore così presto, a un’età in cui tanti cercano più modestamente di farsi le ossa. A Stoccarda, ha vinto un torneo che lo scorso anno fu di Roger Federer, e lo ha fatto battendo un avversario che è sì più giovane di lui, ma che è destinato a diventare un numero 1. Il destino di Matteo, invece, non è scritto. È tutto da scrivere, giorno dopo giorno, e proprio questa sarà la sua forza. Non mettersi limiti, non dare nulla per scontato. Le vittorie sulla terra (lenta) di Budapest e sull’erba (veloce) di Stoccarda, danno l’idea di un giocatore che in realtà il meglio potrebbe darlo proprio in mezzo, ossia sul duro. La superficie dove, tra tornei outdoor e indoor, oggi si raccolgono la maggioranza dei punti. Il fatto che lì un titolo non sia ancora arrivato (ma il Challenger di Phoenix valeva quasi un ‘250’) è solo frutto in parte del caso e in parte di una programmazione che fin qui ha privilegiato la terra, dove Matteo è cresciuto e dove ha potuto lavorare meglio sui propri difetti.

OBIETTIVI AMBIZIOSI

Berrettini – e non è solo una metafora per aver vinto un’auto – dalla Germania ha cambiato marcia. Ha messo nel motore un pieno di quella benzina misteriosa e affascinante che si chiama fiducia. E insieme a quella, si è conquistato pure una credibilità agli occhi dei colleghi che adesso lo porterà inevitabilmente sotto i riflettori quasi a ogni torneo. Un momento delicato, ma che il romano saprà affrontare con la serenità di sempre. “Sta bruciando le tappe – ha commentato dopo il match Vincenzo Santopadre, suo mentore, allenatore, secondo padre – e non deve mettersi dei limiti. I numeri non li abbiamo mai guardati e non cominceremo adesso. C’è tanto ancora da lavorare”. I prossimi traguardi, quando sei così vicino ai top 20, si chiamano top 10, Masters 1000, Slam. E magari quelle Atp Finals che dal 2021 troveranno casa a Torino.