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NEXT… TIME

Pubblicato il 18 maggio 2019

Non è che i Next Gen, o comunque quelli appena usciti dalla categoria nata un paio d’anni fa per volontà dell’Atp, non sappiano vincere. Tutt’altro. È solo che non sanno vincere con continuità, e questo impedisce loro di avvicinare la vetta del ranking mondiale, affare che dal 2004 a oggi riguarda solo il triumvirato Djokovic-Nadal-Federer, con una rapida incursione di Murray a spezzare lo schema. Stefanos Tsitsipas, sconfitto da Rafael Nadal nella semifinale degli Internazionali, è l’ultimo dei talenti straordinari a cui manca qualcosa (per adesso) in vista del salto definitivo. Rimane un fenomeno, il ventenne greco, ma per passare da fenomeno a numero 1 (e magari a vincere gli Slam) ci vuole qualcosa che va al di là della tecnica e del fisico. Ci vuole una fame che va coltivata e alimentata di giorno in giorno, per non ritrovarsi in poco tempo da stella promessa a campione mancato, con un carico di rimpianti sulle spalle.

 

RAFA, LA RIVINCITA

Stefanos aveva battuto Rafa giusto una settimana fa a Madrid, ma non è stato in grado di ripetersi al Foro Italico, dove le condizioni sono più lente e dove, in generale, la terra è terra vera, più vicina agli standard della categoria (e del Roland Garros). Madrid, da sempre, è invece una buona chance per chi vuole rompere il dominio nadaliano sul rosso. Non a caso, Federer vinse proprio nella capitale di Spagna, nel 2009, di fronte alla sua nemesi. Tutto quello che accade alla Caja Magica, insomma, fa un po’ storia a sé, e i risultati hanno un peso specifico diverso rispetto agli altri tornei, per esempio Monte-Carlo o, appunto, Roma. Il pupillo di zio Toni lo sa benissimo, e per questo è stata più la soddisfazione di arrivare in fondo questa settimana, che non la frustrazione per essere stato fermato in semifinale sette giorni fa.

LA FATICA DI ZVEREV

Della fatica degli emergenti nel confermarsi ad alto livello ne sa qualcosa Alexander Zverev, che pure dei giovani è quello che ha vinto di più, tanto che nella sua bacheca figurano le Atp Finals di Londra, ma pure Madrid, Roma e Montreal, tutti Masters 1000. Eppure, Sascha non è mai andato oltre i quarti di uno Slam, raggiunti peraltro una volta sola, lo scorso anno al Roland Garros. E adesso sta attraversando un periodo di grandi dubbi e risposte complicate, come è normale che sia per un ragazzo che aveva tutto per essere un predestinato, e che invece si ritrova improvvisamente intrappolato nel gruppone dei gregari. Il tedesco è pur sempre numero 5 Atp, ha 22 anni e una vita intera davanti, ma l’elenco delle speranze frustrate va ben oltre. Per esempio, c’è il russo Andrey Rublev, oggi numero 79 dopo che nel 2017 aveva raggiunto i quarti agli Us Open. Oppure il canadese Denis Shapovalov, personaggio per il quale tutti pagherebbero il biglietto, ma che da due anni non fa quei progressi che era lecito aspettarsi da lui. Non vuol dire, beninteso, che siano delle delusioni. Vuol dire soltanto che entrambi hanno bisogno di trovare un passo diverso, per non fare la fine dei Gulbis, dei Tomic e dei Dimitrov, per dirne tre che avrebbero dovuto, seguendo la regola del talento, restare stabilmente nelle zone di vertice.

 

ALLA RICERCA DI UNO SCHEMA

Tutti questi ragazzi, rispetto alle leggende che ancora dominano il circuito, hanno una caratteristica comune: hanno, chi più chi meno, un tennis difficile. Un gioco che ha il grosso pregio di divertire il pubblico, coinvolgendo i giovani e meritandosi il tifo da ogni parte del mondo. Ma che allo stesso tempo ha il difetto di non poter avere certezze solide su cui poggiare. Nei momenti in cui emergono dubbi, nei momenti in cui c’è meno fiducia, Nadal e compagnia si affidano a schemi rodati, oltre che a un’esperienza enormemente superiore. Ma il segreto non sta tutto lì. Sta nella capacità sviluppata (e allenata) negli anni dai tre che insieme collezionano 51 Slam: mantenere gli stimoli sempre allo stesso livello, quando sarebbe umano e inevitabile abbassare l’attenzione. Il passare delle stagioni, e la maturità che ne dovrebbe conseguire, potrebbe aiutare naturalmente, ma c’è qualcosa di innato che va scoperto e portato in superficie al più presto. Solo così, i Next Gen non dovranno aspettare invano il loro turno.