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DURA COME PETRA

Pubblicato il 5 febbraio 2019

Non è riuscita, per ora, a raggiungere la vetta del ranking mondiale, ma se ci fosse una classifica del coraggio, sarebbe numero 1 da lungo tempo e per parecchio ancora. Nessuna, più di Petra Kvitova, negli ultimi anni ha incarnato la donna che va oltre ogni difficoltà. Precisamente, da quel 20 dicembre maledetto del 2016, quando la vita le cambiò di colpo assumendo le sembianze cattive di un rapinatore senza scrupoli, pronto a farsi largo a coltellate pur di entrare in casa e rubare qualche spicciolo. Petra fu abbastanza lucida da salvarsi la pelle, ma non abbastanza fortunata da preservare la mano sinistra, che le serve per giocare a tennis, ossia per lavorare. Le immagini da film dell’orrore di quella mano massacrata fecero il giro del mondo, ma la ceca non le mostrò per farsi recapitare un po’ di pietà. Al contrario, era un modo per dire che lei c’era ancora, nonostante tutto. Che si sarebbe curata e avrebbe ripreso la sua vita.

‘VICINA ALLE PERSONE CHE AMO’

Non so se sono cambiata – spiega a pochi giorni dalla finale persa in Australia – perché in fondo la mia natura resta la stessa di prima dell’aggressione. Quello che sto facendo oggi è cercare di lavorare sui miei pensieri e di aprirmi maggiormente nei confronti delle persone che amo, che mi stanno vicino. Sono sempre introversa, come in passato, ma forse un po’ meno. Di certo è un obiettivo che mi sono posta in questo momento della vita: condividere le sensazioni, i sentimenti negativi e positivi, con coloro che desidero mantenere al mio fianco nel percorso”. Un percorso che è tornato a essere quasi normale, per una sportiva che ha solo 28 anni ma che pare una veterana. “Non sono la stessa del 2011, della mia prima vittoria a Wimbledon, questo è sicuro. Mi sento più forte mentalmente e più completa tecnicamente. Inoltre, quando hai 21 anni e ti ritrovi a vincere il torneo più prestigioso del mondo, non realizzi subito quello che è accaduto. C’è bisogno di tempo per metabolizzare. Lo Slam in Australia, pur con la sconfitta in finale che fa ancora male, è stato quello più consapevole della mia carriera”.

A UN PASSO DAL NUMERO 1

Petra non è lontana dal numero 1 di Naomi Osaka, posizione che avrebbe raggiunto in caso di successo a Melbourne. Ma ciò che conta oggi è vederla serena, sorridente anche dopo una sconfitta. “Appena terminato il match decisivo in Australia, desideravo solo tornare a giocare prima possibile, perché così avrei evitato di pensare troppo a quell’occasione mancata. Ma in fondo sono orgogliosa di me stessa. Sono stati quindici giorni di emozioni forti, durante i quali ho sentito il pubblico vicino come mai mi era accaduto in precedenza. Sotto il profilo emotivo è stato complicato gestire tutto, ma in fondo posso dire di esserci riuscita. Molto meglio, per esempio, di quanto accadde al rientro al Roland Garros del 2017”. Una gestione che è solo sua, di una ragazza che non ha paura della solitudine, e che nel tennis ha trovato il suo mondo ideale. “Stare da sola coi miei pensieri non mi spaventa, anzi mi conforta. A volte ci litigo, con loro, ma poi facciamo pace. E spesso mi capita di viaggiare senza coach, perché è importante anche cavarsela da soli, senza avere sempre un appoggio esterno. Così ho pure vinto quattro tornei, dunque non è troppo penalizzante. È semplicemente diverso”. Come diversa è lei, almeno rispetto alla maggior parte delle colleghe. Lei che davanti al tennis mette la serenità. E che davanti all’obiettivo di diventare numero 1 mette il traguardo della consapevolezza.