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INDJOKABILE

Pubblicato il 27 gennaio 2019

E sono 15. Laddove tutto era cominciato, nel gennaio del 2008, Novak Djokovic conquista un nuovo titolo Slam, il settimo down under e il terzo consecutivo in una corsa ripresa a Wimbledon 2018, dopo quel periodo di incertezza profonda che ne aveva minato ogni sicurezza. Nella finale di Melbourne, il serbo ha ribadito che non teme nemmeno il miglior Nadal, perché nei confronti dello spagnolo è uno dei pochissimi, forse l’unico, a non indietreggiare nemmeno di un centimetro. Così Rafa si trova sempre a remare in cerca di una difesa efficace, ma è l’altro a menare le danze e a dettare il ritmo. In particolare, a metà secondo set è emersa una differenza che è parsa impossibile da colmare. Dal sesto game, vinto dopo sette minuti e passa di battaglia, il numero 1 del mondo ha ingranato una marcia che non era nemmeno una quinta, ma una sesta o una settima. Una marcia degna di una Ferrari da Formula 1, al cospetto di un Nadal apparso ancorato ai suoi schemi e troppo in balìa del gioco altrui. Situazione quantomeno anomala, per uno abituato a trovarsi esattamente dall’altra parte della barricata.

 

H2H: 13 SU 16 PER NOLE

Il cammino del serbo per arrivare all’ultimo atto non era stato così perfetto, così immacolato come quello di Nadal. Ma il tennis non è matematica ed è fatto anche – se non soprattutto – di sfide che vivono di fattori mentali e tecnici particolari. Il testa a testa tra Rafa e Nole, giunto all’edizione numero 53, è una storia che si dipana a ondate. Ma vale la pena sottolineare che Djokovic ha vinto 13 delle ultime 16 partite, e le tre che ha perso hanno avuto come teatro la terra battuta. Dunque non si può considerare l’esito della finale australiana particolarmente sorprendente. Rafa soffre psicologicamente Nole perché quest’ultimo non lo teme affatto. Come fu chiaro fin dalla loro prima sfida, nei quarti di Parigi del 2006, quando il serbo si ritirò dopo due set (persi) e andò in conferenza stampa a dire – di fronte a una platea basita – che se non avesse avuto quel problema fisico, il match lo avrebbe vinto lui. Il maiorchino soffre tecnicamente perché non c’è un solo colpo sul quale il rivale vada in difficoltà; nemmeno su quel diritto mancino che invece, con chiunque altro, diventa arma decisiva.

 

IN CERCA DI AVVERSARI

Il resto lo ha fatto la ritrovata fame di un Djokovic ormai tornato dominatore come ai suoi tempi migliori. Un giocatore che sembrava logoro e che invece appare fresco come fosse a inizio carriera. Sia sotto il profilo atletico, sia sotto quello mentale. Al momento è difficile pensare a come si possa fermare, uno così, quando decide di fare sul serio. A Melbourne ci hanno provato in maniera decisa Denis Shapovalov e Daniil Medvedev, ma nessuno dei due ha la costanza per tenere vivo un incontro di questo livello per cinque set. Servirà un nuovo protagonista, per fermarlo, perché Nadal potrà farlo sulla terra di Parigi, ma difficilmente altrove. E Federer rimarrà sempre, nonostante la sua classe, in seconda fila rispetto al serbo in quest’ultima fase della carriera. Servirà un giocatore con la sfrontatezza per attaccarlo, ma con giudizio. Senza buttarsi all’arrembaggio, perché altrimenti verrebbe trafitto e ne subirebbe pure le conseguenze psicologiche. Servirà un giocatore con le armi per instillargli dubbi, dunque con un bagaglio tecnico completo, e magari con qualcosa in più. Servirà un giocatore con la continuità, la pazienza e la forza necessarie a stare ore e ore sul campo, lottando per ogni ‘quindici’ come fosse quello decisivo. C’è un giocatore così, oggi, nel circuito? Non ancora. Ci sarà a breve? È possibile. Ma intanto Djokovic, che ha già staccato Pete Sampras, ha tempo (e non poco) per rincorrere i record di Rafa e di Roger. Per essere, almeno secondo i numeri, il più forte della storia.