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IL FAVOLOSO MONDO DI AMÉLIE

Pubblicato il 20 dicembre 2018

Billie Jean King e Martina Navratilova sono state fra le prime a far sentire la loro voce, le prime donne a combattere davvero e in ogni modo per la parità di diritti coi colleghi uomini. Hanno vinto battaglie importanti, hanno avviato una rivoluzione che poi è proseguita spontaneamente, senza bisogno di spinte particolari da parte di campionesse influenti. Ma nessuna mai era riuscita ad avere tanto peso, tanta voce in capitolo nel mondo del tennis maschile, come sta riuscendo ora ad Amélie Mauresmo. L’ex campionessa di Wimbledon era nota nel circuito, quando giocava, per avere una sensibilità d’animo importante, che spesso non l’ha aiutata nei momenti decisivi della sua carriera. Una volta passata dalla parte dei coach, però, si è scoperta più coraggiosa di quanto pensasse lei stessa. Un po’ per le circostanze che l’hanno avvicinata in fretta ai grandi del Tour, un po’ per essersi scrollata di dosso quella pressione che attanaglia ogni sportivo francese dotato di talento, Miss Mauresmo ha cambiato marcia e soprattutto ha cambiato volto: dalla timida star che non sapeva bene come rispondere all’ennesima antipatica domanda dei giornalisti, alla donna di ferro che accetta di buon grado le sfide più complesse. Non mancando di far sentire la sua voce.

LA SVOLTA CON MURRAY

Nel 2014 prese per mano la carriera di Andy Murray in una partnership che fece bene a entrambi. Un momento di svolta, per le donne nel mondo del coaching maschile, se escludiamo i casi di mamme al seguito dei figli. Negli Anni Ottanta e Novanta si fece notare Tatiana Naumko, la russa che seguì passo passo la crescita del connazionale Andrei Chesnokov. Ma in quel caso, pur parlando di un ottimo giocatore (capace di issarsi al numero 9 Atp), eravamo ben lontani dalle posizioni di vertice, dai top 3 o, volendo riassumere, da coloro che si giocano gli Slam. L’esperienza con Murray – che terminò nel 2016 – mise la Mauresmo sotto una luce diversa, al pari dei ‘super coach’ che stavano sulle panchine degli altri top player, o forse addirittura un gradino sopra. Perché ciò che Amélie è riuscita a dare a Murray durante la loro collaborazione è più importante, dati (e interviste) alla mano, di quello che diedero Edberg a Federer, o più di recente Agassi a Djokovic.

DALLA DAVIS A POUILLE

In Francia, dove non aveva problemi di popolarità, a un certo punto hanno cominciato a pensare a lei, alla (ex) timida Amélie, per il ruolo di capitano di Davis nel dopo Noah. In un primo momento l’accordo fu trovato, e nello scorso giugno arrivò pure l’annuncio ufficiale da parte della Fft, la Federazione d’Oltralpe. Solo che poi sono accadute un paio di vicende che hanno mischiato le carte. La prima: la Davis è cambiata radicalmente, con la riforma che entrerà in vigore nel 2019 a dare un taglio sostanziale a ciò che si era visto nei precedenti 118 anni di storia. La seconda: Lucas Pouille, che nel cuore dei tifosi rimane il più atteso per i titoli che contano, aveva bisogno di qualcuno che lo guidasse. Così la ex numero 1 del mondo ha fatto uno più uno e ha cambiato direzione: perché quella Davis col nuovo impianto non la convinceva del tutto, mentre l’idea di poter dare una svolta alla carriera (un po’ impantanata) del connazionale rendeva il futuro decisamente stimolante. Una sfida che coniuga l’orgoglio del tricolore francese e la consacrazione da coach, sulla panchina di un tennista il cui talento non è minimamente in discussione, ma che necessita di fiducia e sicurezza per poter arrivare davvero in alto. Oggi Amélie non deve dimostrare più nulla, perché le sue battaglie, piccole e grandi, le ha già vinte da tempo. Oggi lotta alla pari di ogni altro coach, per sentire apprezzato il proprio lavoro senza alcun moto di sorpresa derivante dal suo essere donna.