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LET’S TAKE A (TIE) BREAK

Pubblicato il 14 luglio 2018

È meglio restare ore in attesa della conclusione e vivere ogni singola emozione di un punto immaginando (non sempre in maniera convinta) che possa essere quello decisivo? O è meglio racchiudere tutto nel giro di una manciata di minuti vissuti costantemente col cuore in gola? Il dilemma del tie-break al quinto set nelle finali Slam, che c’è a New York ma non a Wimbledon, al Roland Garros e agli Australian Open, è uno degli argomenti ricorrenti in ogni dopo-partita di una sfida che va per le lunghe. E passi per il 9-7, per il 10-8, numeri che tutto sommato non spostano granché. Ma quando si arriva intorno a quota 20, o addirittura la si supera, il corollario di commenti diventa impossibile da trascurare.

RICORDANDO ISNER-MAHUT

Come spesso accade, il problema sorge ai Championships, laddove c’è quell’erba che sarà pure stata rallentata rispetto al passato, ma consente ancora ai grandi battitori di cercare (e trovare) tanti punti comodi. Kevin Anderson, 32enne di Johannesburg, si è conquistato un posto in finale dopo 6 ore e 36 minuti, battendo l’americano John Isner per 7-6 6-7 6-7 6-4 26-24. Dopo che – è il caso di ricordarlo – al turno precedente aveva riservato un trattamento simile a Roger Federer, battuto per 13-11 nel parziale decisivo. In più momenti, durante la semifinale tra i due pivot, si è fatto largo il nome del francese Nicolas Mahut, colui che – proprio insieme a Isner – fu protagonista nel 2010 di quello che rimane il match più lungo della storia del tennis, per tempo di gioco e numero di game: il famoso 70-68 che è destinato a restare per parecchio tempo nei libri di storia dello sport.

TRADIZIONE E INNOVAZIONE

Anderson e Isner sono rimasti lontanissimi da quel primato, hanno giocato 4 ore e mezza in meno, ma abbastanza per riportare alla luce una delle questioni più dibattute nel circuito. Un dibattito nel quale i giocatori hanno già preso una posizione piuttosto chiara, tanto che lo stesso Anderson, pur nella vittoria, ha sottolineato che introdurre il tie-break tutto sommato non sarebbe affatto una brutta idea. Una frase che, detta da chi ha appena sfruttato per due volte a proprio vantaggio l’attuale regolamento, suona come una sentenza. A fare opposizione ci sono le tradizioni, che negli Slam sono dure a morire. Agli Us Open, dove sono sempre stati più aperti al cambiamento, sono riusciti a far passare la modifica. Ma quando mancano tre tasselli su quattro per completare il mosaico dei Major, è evidente che il lavoro da fare per vincere le resistenze sia ancora lungo e complicato.

DIECI ORE (INTERROTTE) DI TENNIS

Intanto, il pubblico del tennis si divide a metà. C’è chi non aspetta altro che un long set come l’ultimo di Anderson-Isner, per attaccarsi alla tivù e godersi lo spettacolo di una partita infinita. Ma c’è chi – e la sensazione è che questo gruppo stia crescendo – al 14-14 avrà abbandonato il divano per andare a portare a spasso il cane, leggere un libro o fare qualsiasi altra cosa per distrarsi da quei due che si rincorrevano a suon di mazzate di servizio. Soprattutto dopo sei ore, un tempo lunghissimo che richiede un impegno importante pure agli spettatori, a prescindere dalla loro passione per lo sport e per le emozioni che può dare. Non si tratta di annullare l’epica, di tradire le tradizioni o di piegarsi alle tempistiche delle televisioni. Non parliamo nemmeno di una rivoluzione che potrebbe spostare gli equilibri. Parliamo soltanto di una scelta che andrebbe incontro alla logica e ai giocatori: né Isner, né Anderson, ma nemmeno Nadal e Djokovic, saranno stati contenti di come si è evoluta la giornata delle semifinali. Poi, magari, l’ultimo atto ci regalerà uno spettacolo meraviglioso, e le dieci ore (interrotte) del venerdì diventeranno un problema relativo. Fino alla prossima occasione.