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PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

Pubblicato il 28 gennaio 2018

Adesso dovranno togliere di fianco al suo nome la bandierina svizzera e mettergliene una che raccolga tutto il mondo. Il Roger Federer che ha vinto il suo Slam numero 20 battendo Marin Cilic è un Patrimonio dell'Umanità che va preservato, portato a modello, messo in cassaforte perché le future generazioni dello sport mondiale possano capire davvero ciò che ha significato e significa per tutti noi, per la nostra epoca. Mentre lottava in una partita tutt'altro che semplice per agguantare il suo sesto Australian Open, il pubblico di Melbourne lo vedeva e percepiva come uno di casa, come l'amico di una vita che sta tentando l'ennesima impresa. E non è un'eccezione: allo stesso modo si comportano gli appassionati di Parigi, di Londra, di New York, di ogni posto sulla terra dove il Re mette piede. Non solo è andato oltre le epoche, oltre le convenzioni sull'età che non sarebbe più quella ideale per competere a questo livello. È andato anche, ormai da tempo, ben oltre i confini. E se a un certo punto della sua carriera, intorno ai 30, qualcuno capace di muovergli critiche lo si trovava ancora, adesso il coro è unanime. Chi ne sta fuori (chi?) lo fa solo per mania di protagonismo.

Il Federer che arriva a 20 Slam è un uomo che in campo tiene a bada le emozioni fino ai momenti più estremi, e pure oltre. Un uomo che ha capito cosa deve fare in ogni momento per trovare il miglior rendimento e mettere a tacere le velleità dell'avversario di turno. Il Federer che arriva a 20 Slam è però anche un uomo che – finito il match – torna a vestire i panni di una persona apparentemente normale. E lascia scorrere quelle emozioni che fin lì, fino al match-point, aveva trattenuto così bene. Quindi ecco le lacrime, ecco i singhiozzi, ecco il cuore che palpita e che non puoi fermare in alcun modo. Un cuore che viaggia insieme a tutti coloro che, dal vivo o in tv, stanno condividendo con lui l'ennesimo miracolo. Questo è il valore aggiunto di Roger nella sua carriera inarrivabile: essere riuscito a unire un mondo – quello dello sport e dell'agonismo – che di norma vive di contrasti, si nutre delle rivalità, cerca il confronto e il ribaltamento della prospettiva. Con lui no. Tutti, ormai, sono al suo angolo quando lotta, quando sogna, quando vince. E chissà per quanto tempo ancora.

Perché qui in fondo siamo solo a inizio stagione, e se è vero che Federer non andrà (per adesso) a rubare lo scettro di numero 1 a Rafa Nadal, abbiamo di fronte un 2018 nel quale è lui, lo svizzero, l'uomo da battere un po' ovunque. Non è solo quello tecnicamente più pronto per giocare su ogni superficie (sì, anche sulla terra, se lo desidera), ma anche quello più preparato fisicamente, più fresco mentalmente, più deciso nelle scelte, tanto di programmazione quanto sul campo. In una parola, è il più professionista di tutti, e starà a lui trovare la chiave per gestire la leadership, quando è ormai chiaro che le energie non sono comunque infinite, e che queste vittorie portano pure nuove responsabilità e nuove aspettative da mantenere. In attesa di capire come sarà il Nadal guarito dal lieve infortunio australiano, in attesa di capire qualcosa in più delle incognite Djokovic e Murray, e in attesa di scovare tra i Next Gen qualcuno con le stimmate del predestinato. In attesa, ma nemmeno così impaziente, ci godiamo lui: Roger Federer, Patrimonio dell'Umanità.