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LIETO FINE O LIETO INIZIO?

Pubblicato il 27 gennaio 2018

Sono le famose due facce della medaglia. Incarnate in due atlete e in una partita sola. Una, Caroline Wozniacki, ha finalmente assaggiato il sapore del successo, quello per cui ha lottato per tutta la vita. L'altra, Simona Halep, si è presa in faccia l'ennesimo schiaffone che lo sport a volte può crudelmente riservare. Non poteva che andare così, però, alla vigilia della finale femminile degli Australian Open 2018: una delle due doveva ridere, l'altra piangere. Perché entrambe partivano alla pari. Con la fama di regine senza scettro e con un tondissimo 0 nella casella dei titoli Slam vinti. La sceneggiatura di partenza pareva scritta da qualche bella ancorché banale penna hollywoodiana: entrambe avevano giocato (e perso) due finali major in precedenza. Entrambe avevano dovuto annullare dei match point lungo il torneo per arrivare fin lì. Entrambe potevano sperare di avere “i segni del destino”, per una volta, tutti dalla loro parte.

Soprattutto Simona Halep, che in questo forno australiano (anche per l'atto finale preriscaldato e non ventilato oltre i 30 gradi centigradi) ha affrontato tutte le peripezie possibili. Dagli incroci pericolosi – e superati – con due ex numere uno del mondo come Angelique Kerber e Karolina Pliskova fino alle 11 ore e mezza abbondanti passate sui campi durante il torneo (addirittura un'ora e mezza in più di quanto non abbia fatto la sua avversaria in finale per lo stesso numero di partite). E invece alla fine le lacrime di gioia sono state tutte della danese, che adesso torna al primo posto del ranking mondiale sei anni dopo la prima volta. Qualcuno dirà che se l'è meritata tutta, Caroline; qualcuno eccepirà nel migliore dei casi che l'ha vinta non di tennis, non di testa ma di fisico. Ci sarà anche chi dirà che la partita l'ha persa la Halep. Ma sono discorsi a scadenza breve, come lo yogurt fresco. L'albo d'oro invece è per sempre.

E forse a un certo punto l'eternità dell'albo d'oro, lì nel bel mezzo della lotta e di quell'altalena di punteggio che è stato il terzo set, se la meritavano tutte e due. Per grinta, capacità di soffrire, di non mollare mai. Le coppe non si dividono però, né la gloria si taglia a metà. Semmai ci si spartisce delusioni e champagne, tutti o per l'una o per l'altra. Loro due che, una di fronte all'altra, avevano giocato già sei volte, senza mai arrivare a un singolo tie-break. Tie-break che invece questa volta c'è stato e che, probabilmente, è risultato più decisivo di quanto si possa pensare. Almeno se rivisto con il filtro del senno del poi, dei medical time out richiesti e ricevuti, dell'inerzia mentale, della tenuta fisica…

Il lieto fine di Caroline si concretizza così con le sue unghie smaltate d'azzurro attorno al trofeo e all'assegno da 4 milioni di dollari riservati alla vincitrice. Quelle stesse unghie che ha usato per stare attaccata al match anche quando la famigerata disabitudine a chiudere le partite importanti sembrava far vacillare il castello che si stava costruendo con un gran servizio, con aggressività e con una condizione atletica – quella sì – nettamente superiore a quella della rumena. E sono proprio queste le certezze dalle quali Caroline Wozniacki, la prima danese di sempre a vincere un titolo del Grand Slam, dovrà ricominciare. Perché – come sa benissimo Garbine Muguruza – adesso sì smetteranno di chiederle perché non ha mai vinto un major, ma cominceranno a chiederle perché non ne vince un altro. E poi un altro ancora, e ancora. Si vedrà solo poi, dunque, se il lieto fine di questo Slam – e di questa fase di carriera – potrà rappresentare per la nuova regina anche un nuovo, grande inizio.