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LA NOTTE DEI SOGNI INFRANTI

Pubblicato il 4 settembre 2017

Tre sogni in frantumi in una notte. La prima giornata dedicata agli ottavi di finale degli Us Open 2017 è stata un grande incubo per tre personaggi chiave di questa edizione dello Slam newyorkese. Ha perso Maria Sharapova, che sognava di tornare a fare la star nella città che non dorme mai. Ha perso Denis Shapovalov, che sognava di seguire le orme di Boris Becker tra i più giovani di sempre alle fasi finali di uno Slam. Ha perso anche Paolino Lorenzi, che sognava l'exploit in un major a 35 anni. Il risveglio più brusco di tutti è senza dubbio quello di Masha, buttata giù dal letto da Anastasjia Sevastova, 27enne con già alle spalle un ritiro e un rientro. Maria voleva chiudere la bocca a tutte, approfittare delle assenze e tornare a mettere le mani su uno Slam. E invece niente. Anzi, se vorrà farlo dovrà mettere le mani – nel senso di tornare a lavorarci – sul diritto che ha funzionato a intermittenza e sul modo di muoversi in campo.

Niente “American dream” nemmeno per Denis Shapovalov, che da buon canadese aveva intascato sottovoce la benedizione di uno Zio Sam d'eccezione come John McEnroe. “Se avessi 18 anni oggi, probabilmente giocherei come lui”, aveva detto il vincitore degli Us Open '79, '80, '81 e '84. E forse sarebbe andata male anche lui, a 18 anni, contro uno solido come lo spagnolo Pablo Carreno Busta. Tre tie-break, tutti persi, buoni per suonare la sveglia al biondino dal cappello girato che è nato a Tel Aviv e che abita alle Bahamas. Come a McGenius, a Shapovalov carattere e personalità non fanno difetto, così come la classe e l'eleganza con cui conduce il suo braccio sinistro in campo. La sua è stata un'estate da film sul cemento nord-americano e probabilmente se la domanda è “che cosa gli manca”, la risposta potrebbe stare nella carta d'identità. Gli Anni '80 sono finiti, Becker non si tuffa più se non su twitter e gli Slam non li vincono i teenager. E poi in fondo, per fare come McEnroe, che fece suo il primo titolo a New York a 20 anni, a Denis ne mancano ancora due.

La carta d'identità invece non si può dire alleata del nostro Paolo Lorenzi. Ma lui finge costantemente di non guardarla o di non ricordarsene. Con risultati sorprendenti. Proprio come a New York, dove non solo ha centrato l'ingresso agli ottavi, il che significa scavallare la seconda settimana di gioco, ma ha anche provato tutto e di più per contrastare con l'elmetto e l'intelligenza i colpi d'artiglieria del sudafricano Kevin Anderson, 203 centimetri di spilungone, capace di partire con il vantaggio sistematico di un paio di punti regalati dalla battuta in ogni maledetto turno di servizio. E così Anderson continua nella sua marcia silenziosa che vale punti e soldi nei tabelloni Slam (5 volte almeno negli ottavi di finale negli ultimi 10 disputati) e soprattutto torna nei quarti a livello major dopo quelli conquistati due anni fa sempre a New York.

Avere continuità, come insegna Paolo Lorenzi, è la chiave per farsi trovare pronti al momento giusto, quando c'è l'occasione giusta. E ora Kevin si trova proprio nella porzione di tabellone con Querrey (prossimo avversario), Carreno Busta e Schwartzman. Insomma, per Anderson il sogno comincia qui. Come anche per Petra Kvitova, che nel tabellone femminile ha superato di slancio pure l'ostacolo rappresentato da Garbine Muguruza, fresca campionessa di Wimbledon. La ceca, fresca invece di sala operatoria dopo la rapina con tanto di coltellata subita, adesso dimostra che c'è e che fa davvero sul serio. Intanto però, volgendo di nuovo lo sguardo al tabellone maschile, ora tocca a Rafael Nadal e a Roger Federer mettere nel mirino i quarti di finale (il primo contro Dolgopolov, l'altro con Kohlschreiber). Perché, si sa, sui palcoscenici dello Slam il passo tra chi sogna e chi fa sognare è sempre brevissimo.