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RAFA, IL SOPRAVVISSUTO

Pubblicato il 22 aprile 2017

L'inizio della stagione sulla terra non poteva essere più chiaro di così. Con Roger Federer assente, il tennis sul rosso rischia di essere un one man show di colui che sulla terra ci ha costruito la sua leggenda, oltre a infrangere tonnellate di record. Rafa Nadal va a caccia della decima perla a Monte-Carlo e lo fa in sostanza senza quegli avversari che fino all'altroieri erano gli unici possibili. Fuori un Murray che definire a mezzo servizio è poco, fuori un Djokovic sempre sull'orlo del baratro, salvato per due volte dagli avversari più che da se stesso. E fuori pure un balbettante Stan Wawrinka, così come un Cilic che la terra non l'ha mai davvero digerita. Spostiamo l'attenzione sulla NextGen? Forse non è il caso, se pensiamo che il migliore dei suoi rappresentanti, Alexander Zverev, da Nadal ha preso un 6-1 6-1 che sa di lezione non retribuita.

Certo Monte-Carlo, per quanto affascinante, è un torneo atipico e non può ancora essere il termometro reale dei valori in campo in vista del mese che ci sta davanti. Perché le condizioni di gioco cambiano spesso e rapidamente, a seconda del clima, della temperatura, dei campi. La tendenza però, riconosciuta dagli stessi giocatori, è quella di proporre i terreni di gioco più lenti nel quartetto di eventi sul mattone tritato: a Roma, Madrid e Parigi, senza dubbio, la palla corre di più, e questa caratteristica fa sì che nel Principato il buon Rafa abbia qualche asso nella manica rispetto ai suoi avversari. C'è sempre, in sostanza, un margine di sicurezza che gli consente di trovare riparo quando si sente in difficoltà. Come contro Edmund, che gli ha pure strappato un set, o come contro il folletto Schwartzman, che dopo aver perso il primo set con qualche rimpianto, è volato sul 4-2 nel secondo prima di subire la rimonta.

Il problema di Rafa, ora, si chiama David Goffin. Ed è un'incognita perché malgrado il belga sia ormai da tempo ai vertici del ranking mondiale, il match è totalmente inedito. Prima nel weekend di Davis contro l'Italia e poi nella sfida contro Djokovic vinta col carattere oltre che col talento, il buon David ha fatto capire di aver cambiato marcia rispetto anche soltanto a un anno fa. Sembra sparita quella timidezza che lo frenava nei momenti delicati, sostituita da una sicurezza persino sorprendente per uno con le sue caratteristiche, fisiche e tecniche. Certo Nadal ha le armi per metterlo in un angolo e fare partita di testa, ma non dipenderà soltanto da lui, e questo rende l'incontro interessante, ben al di là di quell'etichetta di 'finale anticipata' che da più parti è stata evocata (un po' frettolosamente) dopo l'esito dei quarti.

Se la semifinale della parte alta del tabellone può essere definita decisamente povera per un Masters 1000, c'è in ogni caso un elemento di curiosità che stuzzica la fantasia degli appassionati. Si chiama Lucas Pouille, ha 23 anni ed è esploso lo scorso anno nella seconda parte di stagione, quando ha raccolto due quarti Slam a Wimbledon e a New York che ne hanno fatto il salvatore della patria in casa francese, in particolare dopo il calo di Richard Gasquet e le prestazioni sempre altalenanti del duo Monfils-Tsonga. Nemmeno Pouille, va detto, brilla per equilibrio, ma sta dimostrando che se c'è un transalpino che può ambire a traguardi di prestigio, visti talento ed età, quello è proprio lui. Per prendersi la finale monegasca ed emulare il Monfils versione 2016, c'è da battere l'iberico Ramos Vinolas, la più grossa sorpresa di questo torneo che ha messo gli outsider in vetrina. Poi, per riportare la vittoria alla Francia 17 anni dopo Cedric Pioline, ci vorrebbe decisamente qualcosa di più. Di fronte a Nadal un mezzo miracolo, di fronte a Goffin una prestazione deluxe.