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COSA CI LASCIA L’AUSTRALIA

Pubblicato il 31 gennaio 2017

1 – Fedal. È raro, quasi impossibile, trovare il tennis in prima pagina sui quotidiani italiani. Roger e Rafa sono riusciti nell'impresa, oscurando per una volta persino il calcio. Tutti o quasi si sono scoperti appassionati di racchette e palline, ed è questo il più grande regalo della finale più attesa degli ultimi 30 anni (almeno).

2 – Le Williams. Trovarle di nuovo in finale, una contro l'altra, a 36 e 35 anni, ha un che di nostalgico e romantico, ma non è un buon segnale per il tennis femminile. Serena si è ripresa il ruolo di numero 1 che la Kerber le aveva tolto, e con il record assoluto di Slam a un passo, c'è da giurare che l'appetito durante la stagione non le mancherà.

3 – Grigor Dimitrov. La più bella sorpresa del torneo. Il bulgaro è riuscito a far dimenticare i suoi alti e bassi, il suo essere bello e scostante come una star del cinema. Di fronte a Nadal ha perso ma ha mostrato lampi di genio che giustificano, in qualche modo, quel soprannome di 'Piccolo Federer' sino ad ora apparso un po' troppo generoso.

4 – I campi (davvero) veloci. Finalmente, verrebbe da dire. Perché proprio il rallentamento eccessivo delle superfici, nel corso degli ultimi anni, aveva portato a un generale appiattimento a favore dei giocatori più solidi. Stavolta il cemento downunder ha premiato il tennis aggressivo e il talento. E se pure uno come Isner è arrivato a dire che non aveva mai visto campi così rapidi in una prova dello Slam, è evidente che gli organizzatori abbiano fatto un passo deciso verso un nuovo modo di pensare. Sperando che anche gli altri riescano a copiarli.

5 – Mirjana Lucic e Coco Vandeweghe. La prima si è riscoperta in grado di competere con le migliori, quando ormai sembrava troppo in ritardo sulla tabella di marcia. In un torneo dove entrambi i vincitori hanno spento 35 candeline e i due finalisti sommavano 66 anni, è chiaro che pure la croata emigrata in America ha avuto pieno diritto di cittadinanza. L'unica davvero giovane tra le prime quattro è stata dunque Coco Vandeweghe, altra stella (almeno potenziale) di un movimento a stelle e strisce che pare tornato a brillare dopo anni di magra.

6 – Mischa Zverev. Attendevano tutti il fratellino, Sascha. Invece a mettersi in evidenza è stato il fratello più grande. Quello legato al serve&volley come ormai quasi più nessuno nel Tour. E che dunque per questo motivo andrebbe sempre incoraggiato e salvaguardato. Vederlo volare da un lato all'altro della rete nella sfida vinta con Murray ha riconciliato i puristi col tennis che fu. E al netto dei demeriti di Andy, di cui parliamo a parte, nel successo con lo scozzese ci sono tanti più meriti suoi.

7 – Seppi-Kyrgios. L'australiano pareva non ricordare nemmeno di aver già affrontato l'azzurro, a giudicare dalla superficialità delle sue risposte in conferenza stampa. Probabile che la prossima volta se ne ricorderà, considerata la lezione che ha preso dall'altoatesino. Non tanto nel punteggio, che è sempre rimasto in bilico, quanto nell'atteggiamento: se Nick avesse un terzo dell'umiltà e della passione di Andreas, sarebbe probabilmente già tra i primi 5 al mondo. Avanti di questo passo, rischia di non arrivarci mai.

8 – Camila Giorgi. C'è quasi da impazzire, a voler trovare una qualche logica nel gioco della marchigiana. Che prima fa un paio di punti da numero 1 al mondo, poi affossa in rete due rovesci comodi e perde il game, poi il set, poi la partita. In Australia non è nemmeno andata troppo male, e sarebbe bastata una manciata di punti in più per avere la meglio su Timea Bacsinszky, di certo non l'ultima arrivata. Ma è proprio il potenziale dell'azzurra a rendere così amare anche le sconfitte accettabili. Intanto il tempo passa e di cambi di rotta, all'orizzonte, non se ne vedono.

9 – Murray e Djokovic. Non ci eravamo abituati, ma questo pazzo Australian Open ci ha proposto pure questo: un'uscita di scena dei due più forti, almeno secondo il ranking, prima della seconda settimana. Quella di Murray è – con buona probabilità – semplicemente una giornata storta, unita a una decisamente positiva del suo rivale, Mischa Zverev. Per Djokovic, invece, il discorso è più complesso, e ormai la parola crisi non si può più evitare. Il difficile è capire se sia più una crisi tecnica, personale, o se ci siano di mezzo entrambe.

10 – Lo Slam più amato. Una volta, tanti anni fa, era la gamba zoppa tra i quattro Major. Oggi non soltanto l'Australian Open si è scrollato di dosso questa nomea, ma si è pure conquistato la stima di tutti i giocatori, che ormai lo considerano come l'evento migliore dell'anno per l'accoglienza, per il trattamento, per l'attenzione riservata a ognuno di loro.