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INVINCIBILI

Pubblicato il 29 gennaio 2017

Diciamo la verità, abbiamo pianto più o meno tutti. Tutti noi che il tennis lo amiamo per davvero, che ci entusiasmiamo per un diritto in controbalzo o una volèe smorzata. Lacrime di commozione autentica, non solo per il vincitore Roger Federer, ma pure per lo sconfitto Rafael Nadal. Perché in fondo senza uno non ci sarebbe nemmeno l'altro, non in questi termini. Lo devono aver pensato anche loro, al termine di questa magica notte australiana. In quegli sguardi quasi complici, in quegli abbracci sinceri, in quegli applausi rivolti prima al rivale che a se stessi, c'è un rapporto tra campioni che è unico nel suo genere e che fa del tennis, oggi, un esempio per tutta la società sportiva. Quando Roger dice: “Ho vinto io, ma sarei stato contento anche se avessi vinto tu”, non c'è il fair play forzato visto tante volte uscire dalle bocche di altre star. C'è invece una profonda ammirazione, unita alla consapevolezza che Federer senza Nadal non sarebbe stato Federer. E viceversa.

Nel giorno del diciottesimo compleanno Slam, Federer gioisce come un bambino, salta e ri-salta lasciandoci in testa un'immagine d'altri tempi, di quando gli sportivi erano più umani, più normali. Più umili. Eccolo qui, il segreto per averli ancora competitivi, questi due uomini di 35 e 30 anni: l'umiltà di accettare le sconfitte allo stesso modo con cui si celebrano le vittorie. Dosando cuore e testa per tornare in pista e lasciare sul campo altro sudore, altre lacrime, altro talento. Nella finale che il mondo del tennis attendeva come forse mai era accaduto negli ultimi 30 anni, c'è stato un po' di tutto: c'è stato il Federer capace di sfruttare il campo veloce per essere più aggressivo che mai, ma pure il Nadal che non si arrende e resta attaccato al match fino a che si può, fino a che non ha visto cadere a terra l'ultima pallina. C'è stato un Rafa che sembrava poter fuggire, in avvio di quinto set, e un Roger che non glielo ha consentito. Perché per una volta non ha subìto psicologicamente un avversario capace spesso, in passato, di superarlo di testa prima ancora che di tennis.

È la vittoria di Roger, ma pure la vittoria di Ljubicic, il coach che ha saputo ridargli quella sicurezza che aveva perso nelle ultime stagioni. Ivan, con la sua intelligenza sopraffina, si era arrampicato fino al numero 3 del ranking mondiale. E ha donato a Federer uno sguardo diverso sul tennis dei suoi avversari, e di conseguenza su ciò che lo svizzero avrebbe potuto fare in campo. Seguendo sì l'istinto, ma pure la ragione di una superiorità palese, come palese è l'immenso talento di cui il basilese dispone. Abbiamo pianto un po' tutti, sì, di fronte a questa partita. Ricordando quell'ultima finale Slam, al Roland Garros 2011, e poi tutte le altre sfide che hanno segnato un decennio d'oro che non vuole saperne di terminare. Basta guardare qualche scambio di un quinto set da stropicciarsi gli occhi, per capire il motivo che lega tanta gente a questi due, con un rapporto quasi sentimentale. Basta vedere quello scambio sul 4-3, dove pareva di veder giocare due marziani. Basta, in fondo, sentire le loro voci e le loro parole. Osservare i loro sguardi. Due così non nasceranno per molto tempo ancora, dunque lunga vita a Roger e Rafa: invincibili di fronte a tutto, persino alle sconfitte.