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MIRACOLI OLIMPICI

Pubblicato il 8 agosto 2016

L'Olimpiade è fatta di sensazioni, di testa più che di tattica, di cuore più che di muscoli. Di lacrime e di gioia. L'Olimpiade, nella notte brasiliana, è il volto di Juan Martin Del Potro, stravolto dai 40 minuti passati bloccato in ascensore e poi soprattutto dall'impresa che ha compiuto, un'altra volta come nel 2012: battere il più forte giocatore del mondo, Novak Djokovic. Che – si dirà – magari non ci teneva così tanto, che non sarà arrivato così preparato. Ma che alla fine scoppia a piangere, rendendosi conto che quella medaglia d'oro già sfumata a Pechino e a Londra, non arriverà nemmeno a Rio. L'Olimpiade è la caduta dei numeri 1, perché insieme al serbo pure le Williams, in doppio, dicono addio. Mentre nel loro stesso quarto ci sono le Cichis che esultano, dopo aver demolito Petkovic e Kerber, non proprio le ultime arrivate.

 

Nella notte brasiliana il tennis diventa palcoscenico per le sorprese, per quelle aperture di tabellone che adesso fanno sperare pure gli azzurri. Come nel doppio maschile, con i Murray subito fuori per mano dei padroni di casa Bellucci e Sa, e con Fognini e Seppi che adesso possono sperare in qualcosa in più di una bella prestazione. Quello che sta pensando, probabilmente, anche Sara Errani, che dalla sua parte non troverà più la Radwanska, ma prima Strycova e poi eventualmente Kasatkina o Zheng, nel quarto femminile meno frequentato da campionesse. Si dice che bisogna guardare turno per turno, e questa regola nel tennis vale più che in ogni altra disciplina, ma adesso, davvero, come si fa a non far volare la mente verso qualcosa di grande?

 

Ne sono consapevoli tutti, da Sara Errani a Roberta Vinci, da Andreas Seppi a Fabio Fognini.

Fognini che in singolare è partito con un match tipico dei suoi: primo set buttato alle ortiche, secondo lottato e vinto, terzo dominato. Dall'altra parte della rete, Victor Estrella Burgos, il 36enne dominicano che a un certo punto della sua vita ha smesso di essere un maestro ed è diventato pro: ha retto fino a che ha potuto, ma di fronte a un rivale straripante c'è stato poco da fare. Fabio sente la maglia azzurra come pochi, ed è recente l'intervista nella quale mette le Olimpiadi in cima alla lista delle sue priorità. Fabio ha quel mix di sana sfacciataggine e di talento che è in grado di portarlo ovunque, anche a risultati che paiono troppo grandi, visti da chi non ci crede.

 

Come doveva sembrare troppo grande, al 21enne Fabio Basile, anticipare la sua presenza ai Giochi dal 2020 al 2016, andare in scena nel judo, categoria 66 kg, e conquistare l'oro numero 200 della storia olimpica italiana. Come doveva sembrare troppo grande al 24enne Daniele Garozzo, arrivare da outsider e vincere il metallo più prezioso nel fioretto dei miracoli. Questi due ragazzi hanno illuminato la serata di Rio con i colori azzurri, portando l'Italia così in alto nel medagliere che a guardarlo pareva troppo bello per essere vero. Invece no, invece è reale. Come è reale quella chance che arriva adesso per i nostri tennisti, sport così lontano da judo e scherma, così distante (si diceva) dall'atmosfera dei Giochi. Ma così vicino, oggi, con le lacrime di Nole, con i miracoli che solo questo evento sa rendere così vivi, così raggiungibili.