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LA RABBIA E L’ORGOGLIO

Pubblicato il 8 marzo 2016

La scena è da Corazzata Potemkin, Russia profonda. Ma qui siamo in America, Los Angeles. Di russo c'è una Maria Sharapova mai così siberiana; di triste (come i colori della moquette e delle tende) c'è tutta la vicenda, da vedere in un traballante live streaming sul sito della donna più ammirata (e pagata) del mondo racchettaro.

“Si ritira”, giuravano i bene informati. “È incinta”, sostenevano gli esperti di gossip. Nessuno pensava a questo. Nessuno pensava al doping, perché in fondo (e per fortuna) il doping è affare non così vicino al tennis, non così presente. Almeno fino a lunedì 7 marzo. “Sono stata ingenua, ho commesso un grave errore, perché da professionista devo sapere cosa mi metto in corpo”. La voce è rotta da un'emozione palpabile, gli occhi sono quelli di chi vorrebbe fuggire. L'imputata è lì davanti ai giornalisti increduli, debole come mai, tradita da un farmaco contro il diabete, il Meldonium.

“Lo prendevo dal 2006, per carenze di magnesio e per evitare ciò che era accaduto nella mia famiglia, dove il diabete ha fatto vittime”. Farmaco non vietato fino allo scorso dicembre. Solo che le regole cambiano, e guai a chi non si aggiorna. “Ho ricevuto una comunicazione il 22 dicembre, non ho guardato le variazioni, ho sbagliato”. Un macigno. Agli Australian Open, giorno 26 gennaio 2016, il controllo e la positività, confermata dall'Itf giusto dopo la conferenza di Masha.

I rischi? Una sospensione da 3 mesi a 2 anni, con una probabile via di mezzo per le attenuanti e l'ammissione, chiara e netta, di colpevolezza. “Non voglio chiudere in questo modo, spero di avere un'altra chance”. La ragazzina che salta di gioia a 17 anni dopo aver vinto Wimbledon, oggi, è davvero lontana. Ha lasciato il posto a una donna ferita, così fragile ma allo stesso tempo così orgogliosa. Perché tutti possono sbagliare e i professionisti non sono immuni da errori, piccoli o enormi. Ma sbagliare e ammettere il proprio errore, senza accampare scuse, senza cercare colpevoli, è una dimostrazione di onestà rara. Da campionessa vera. Anche oggi, soprattutto oggi.