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PER BATTERE DJOKOVIC SERVIREBBE UN MIRACOLO

Pubblicato il 27 maggio 2015

Allenatore di un ex vincitore di Wimbledon, quel Pat Cash diventato famoso per la bandana da pirata e per la scalata al box del suo team dentro il Centrale di Sua Maestà, Rocco Loccisano si dedica ora ad allenare i suoi due figli in Germania oltre che a gestire una scuola di tennis in Sardegna. Vive di tennis. Potrebbe parlarne per ore intere.

Domanda: Rocco, oggi è il compleanno di Pat, raccontami qualcosa di divertente della vostra esperienza insieme.
Risposta: Aspetta, dammi qualche minuto…

D: Bene, allora dimmi che vince il Roland Garros.
R: Novak Djokovic. Anzi, ti dico di più, Djokovic quest’anno farà il Grande Slam! E non lo dico adesso che è in forma, avevo fatto questa previsione già all’inizio della stagione.

D: Come fai ad essere così sicuro?
R: Djokovic è potente, tranquillo, determinato. E’ forte fisicamente e mentalmente. Se non succede qualcosa di miracoloso quest’anno non ha avversari.

D: Nessuno? Federer, Nadal, Murray?
R: Federer è Federer però ha un problema: il rovescio ad una mano. E’ un colpo bello, esteticamente perfetto, ma alla lunga paga la differenza con gli altri che giocano quasi tutti a due mani, con la possibilità di difendere ed attaccare allo stesso tempo. Inoltre, soprattutto durante gli Slam, Federer può risentire degli sforzi sui cinque set.

D: E Nadal?
R: Non è quello dello scorso anno. L’ho visto giocare a Roma e non mi ha trasmesso buone sensazioni. E’ in difficoltà, in particolare con il dritto che non ha più la stessa forza e la stessa rotazione delle stagioni dove trionfava in ogni torneo sulla terra. Dice che i campi del Roland Garros sono più lenti di quelli di Roma, un dettaglio che potrebbe aiutarlo. 

D: E poi Nadal e Djokovic sono nella stessa parte del tabellone…
R: Sì, potrebbero incontrarsi ai quarti di finale, sempre che Nadal ci arrivi!

D: Murray sarà la sorpresa?
R: Sì, assolutamente. Dopo Djokovic il favorito è lui, anche prima di Federer e Nadal. Sta giocando molto, molto bene. Il problema è il suo blocco mentale quando sfida il numero uno al mondo. Sembra sempre impaurito. Tecnicamente ha tutto per vincere ancora altri Slam. Ho visto che ha lavorato sul servizio, ora lancia la palla più a sinistra per dare maggior effetto anche se sul rosso il colpo non può fare la differenza come sull’erba o sul cemento.

D: E tra le donne, Serena Williams imbattibile?
R: Vale lo stesso discorso di Djokovic, se non sbaglia lei non c’è nessuna nel circuito in grado di poter vincere. Se non ha problemi in famiglia, con il coach, con il suo ego, non ha rivali.

D: Alternative, magari Maria Sharapova ultima regina del Master di Roma?

R: Guarda, il tennis femminile sta vivendo un periodo molto brutto. Tutte giocano allo stesso modo, senza variazioni di colpi o di tecniche di gioco. Cambiano le superfici ma gli stili rimangono gli stessi. La Sharapova gioca sempre uguale, ogni partita. Mi è piaciuta invece la spagnola (Carla Suarez Navarro) come la Halep, Hanno qualche variazione in più, come ad esempio le smorzate.

D: Tu credi che Serena, una volta lasciato il tennis giocato, possa essere una buona allenatrice?
R: No, non credo che il futuro della Williams sia nell’insegnamento, è troppo abituata ad essere una numero uno per perdere la scena. Allenare vuol dire incoraggiare la crescita di un tennista e mettersi a sua disposizione. Chi già naturalmente si sente il migliore non ha la forza di fare un passo indietro. E’ stato così anche per Lendl. Bravo a far crescere Murray ma in difficoltà nel lungo periodo. Per questo motivo è tornato a giocare a golf.. 

D: Cambiando argomento, cosa ne pensi dell’attuale Coppa Davis? In tanti saltano gli impegni con la nazionale per dedicarsi ad altro.
R: Non giocare la Coppa Davis è un peccato, non credo che esista momento più bello per un atleta che giocare per il proprio paese d’origine. ATP e WTA devono trovare un sistema di incentivi ai giocatori, non solo economici, perché il torneo deve tornare quello di un tempo. Aggiungo di più: la Federazione Internazionale dovrebbe trovare una regola anche per il doppio. Parlando con Pat Cash avevamo ipotizzato l’obbligo per ogni giocatore di disputare almeno cinque tornei di doppio durante l’anno. 

D: Una nazione che ha vinto molto, non solo in Davis, sono gli Stati Uniti. Perché da troppo tempo manca un numero uno al maschile?
R: Ci sono due ragioni, una è “naturale”, l’altra è di stile di allenamento. Ci sono epoche in cui alcune nazioni trionfano, pensa alla Svezia degli anni ’80 e ’90. Ora per trovare un giocatore svedese devi scendere sotto il numero 100. Anche per gli Usa, facendo i paragoni, è così. Manca un Sampras, un Agassi, un McEnroe che possa trascinare tutto il movimento.

D: E l’altra ragione?
R: Sono le Academy, quelle in stile Bollettieri. I grandi campioni sono nati con coach privati, come è stato per Nadal con lo zio Toni, come fu per Pat Rafter o come per Roger Federer, scoperto talento a dodici anni. Nessuno di loro è andato alle Academy, dove gli allenatori insegnano le stesse impugnature a tutti i giovani, ammazzando il talento. Creano robottini, non giocatori.

Dobbiamo salutarci, non prima di ricordare l’aneddoto con Pat Cash.

D: Ti è tornata la memoria, cosa mi racconti?
R: Una volta eravamo a Stoccarda. Siamo arrivati per allenarci ma la security non ci voleva far entrare nel campo centrale perché non avevamo le foto con il pass. Rispondemmo che dovevamo fare gli accrediti e che il banco per il ritiro era proprio dietro di lui. Non ne volle sapere, abbiamo dovuto fare tutto il giro dell’impianto per entrare dall’altro lato, quasi due chilometri! Ah, la burocrazia tedesca. Per tutto il torneo lo abbiamo preso in giro, nascondendo le foto dentro la borsa. E con noi tutti i giocatori in tabellone quell’anno. Un momento di ribellione contro la security inflessibile!

D: Qual era il colpo migliore di Pat?
R: Tutti i colpi di volo, era molto bravo a rete.

D: E la sua miglior partita in carriera?
R: La finale di Wimbledon del 1987, quella in cui riuscì a battere Ivan Lendl in tre set e proclamarsi per la prima volta campione di una tappa del Grande Slam. In tutto il torneo perse solo un set dall’olandese Schapers, poi 3-0 a tutti: Mats Wilander, numero 3 al mondo, Jimmy Connors, numero 7 ed infine Lendl che era il numero 2 ATP. Fantastico.

D: Qual è stato l’avversario più difficile, quello che gli faceva perdere il sonno la notte?
R: Per il gioco d’attacco, molto simile a Pat, e per la sua classe non ho dubbi: John McEnroe!

D: Mi racconti una vostra giornata tipica d’allenamento?
R: Tante, tante ore insieme. Alla mattina facevamo due ore di allenamenti specifici, poi, nel pomeriggio, si scendeva in campo per allenamenti/partite, anche a seconda dei tornei che dovevamo affrontare. Infine un’altra ora di palestra, poi un bel massaggio, la cena e per finire un po’ di tv.

D: Pat mangiava qualcosa di specifico prima di scendere in campo oppure era un tradizionalista?
R: Niente eccessi, solo carboidrati, la giusta dose di benzina per il corpo prima di affrontare un incontro.

D: Fuori dai campi, cosa amava fare Pat senza la racchetta in mano?
R: Da australiano amava l’Australian Rules Football (un football molto popolare che si gioca in campi ovali, lo sport più praticato del paese), gli piaceva guardare moltissime partite in tv. E poi è un grandissimo fan del cricket, lo segue ancora oggi.
Pat è un uomo di compagnia, ci tiene molto alle sue amicizie, sia del presente che quelle del passato. In più è simile agli italiani: adora andare fuori a cena! 

Photo credit: 1238213/Getty Images