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30 GIORNI E POCO PIÙ

Pubblicato il 18 giugno 2013

Cinque tornei condensati in un mese tra cui il più prestigioso di tutti, Wimbledon

La stagione del tennis sull’erba dura pochissimo, come la vita di un fiore raro in alta montagna. Un torneo in Germania, uno in Olanda e una tripletta sui prati inglesi: Queen’s, Eastbourne e il grande classico bianco di Londra. 

Finita la bulimia della terra rossa, i tennisti si preparano a cambiare leggermente lo stile di gioco. Le lunghe battaglie da fondo campo lasciano spazio a qualche discesa a rete in più. Almeno era così negli anni passati. Sì, perché l’erba era LA superficie del tennis. Oltre al già citato leggendario torneo dell’All England, l’unico che vide giocare anche un discendente diretto della famiglia reale (il principe Albert, Duca di York, nel 1926 in doppio con Louis Grieg, comandante della Royal Air Force di Sua Maestà) anche in America e in Australia i giocatori scendeva in campo sul prato verde. 

Dal 1975 tutto cambiò. Oltreoceano deciso di abbandonare la superficie dei ciuffi d’erba prima con una terra verde (con scarso successo) e poi con il cemento. Dall’altra parte del mondo, se consideriamo come riferimento il parallelo di Greenwich, il cambio avvenne solo nel 1988 e Melbourne si convertì al Rebound Ace. I motivi? Per primo a livello economico, in secondo per distinzione individuale.

Curare campi in erba costa molto, sia per la crescita del verde che per la sua manutenzione. I cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi anni, inoltre, non hanno certo aiutato i giardinieri newyorkesi o australiani. Il secondo aspetto, quello possibilmente più determinante, è la volontà di distinguersi da Wimbledon. Fino al 1975 solo il Roland Garros poteva vantare il privilegio, a livello di Slam, di essere giocato su un’altra superficie che non fosse di “color speranza”. Gli americani prima e gli australiani poi capirono che i giocatori amavano cambiare superficie e stile di gioco. Inoltre, un tennista forte sul verde non necessariamente aveva i requisiti per trionfare su altre superfici e viceversa (campioni come Bjorg e Nadal esclusi, ovviamente).

Quel poco di verde che è rimasto non è comunque come prima. Il taglio dell’erba, seppur impercettibile a occhio umano visto dalla tv, è mutato nell’ultimo periodo. I dirigenti dei tornei hanno consigliato una lunghezza più lunga dei ciuffi (come se fosse il suggerimento di un barbiere sulla poltroncina dopo lo shampoo). La conseguenza è un generale rallentamento dei campi. Affermazioni come quelle di Lleyton Hewitt nella City non sarebbero mai avvenute con il taglio che si praticava ai tempi di John McEnroe.

C’erano una volta gli specialisti. Giocatori da serve&volley sempre. Sulla prima di servizio come sulla seconda più lenta. Alla risposta di dritto come di rovescio. Sempre. Trovare ai giorni nostri giocatori che praticano questa strategia d’attacco per due punti consecutivi è come incontrare un’oasi in pieno Sahara al sole di mezzogiorno.

Peccato che il tempo dell’erba duri così poco. Certo, le partite sono molto più veloci e rapide, i giocatori dai potenti servizi hanno un vantaggio enorme, l’attacco viene premiato più della difesa. 

Un tempo tutti erano sui prati verdi, ora dobbiamo accontentarci di un mese o poco più.