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Piatti e Sinner, una storia fuori dal comune

Pubblicato il 17 febbraio 2022

Nella fine della collaborazione tra Riccardo Piatti e Jannik Sinner c’è chi sta dalla parte del coach, chi dalla parte del giocatore. Ma più che di colpe, sarebbe meglio parlare di responsabilità. E in definitiva di futuro, più che di passato. La loro, in ogni caso, resta una storia preziosa e rara, dal valore enorme.

Una delle canzoni più affascinanti e meno popolari di Fabrizio De André si intitola Giugno ’73 e termina con questi versi, che col passare del tempo sono poi diventati celebri, a prescindere dalla complessità del brano: “Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. È una canzone che parla di una separazione, di un cambiamento, e che dunque racconta della vita, con tutti i sentimenti che ci stanno dentro.

I versi del cantautore genovese sono un monito per chiunque e potrebbero essere la sigla di coda della separazione, finalmente ufficializzata dai diretti interessati dopo giorni di voci più o meno affidabili, tra Jannik Sinner e Riccardo Piatti. Coloro che hanno costruito, a prescindere da quello che accadrà da adesso in avanti, una delle storie tra maestro e allievo più preziose del tennis e dell’intero sport italiano.

DALLA BASE AI TOP 10: COME TONI CON RAFA NADAL

Fino a pochi giorni fa è stata una storia, la loro, anomala e per questo ancora più straordinaria. È difficile, nel tennis di oggi ma pure in quello del passato, scovare delle collaborazioni che cominciano dalla base – perché quando un ragazzo ha 13 anni parliamo delle basi – e arrivano a sfondare il muro dei top 10, quello che per molti è il sogno di una vita. Viene in mente Toni Nadal con Rafa, che però oltre a essere stato il suo allievo è pure suo nipote.

Viene in mente – per restare in Italia – Massimo Sartori con Andreas Seppi, esempio per ogni connazionale ma rimasto comunque piuttosto lontano dal traguardo dei primi 10 del ranking. Più in generale, vedere un giovanissimo arrivare ai vertici nel professionismo senza mai cambiare guida tecnica è una vicenda che riguarda soprattutto chi è legato da vincoli di parentela. E nemmeno in questo caso parliamo di una regola ferrea, tutt’altro.

ALTO ADIGE E BORDIGHERA: UNA PARTNERSHIP MADE IN ITALY

Piatti e Sinner stavano creando qualcosa di anomalo, di raro e dunque dal valore inestimabile. Erano la combinazione tutta italiana tra mare e montagna, tra l’esperienza di un coach passato dalla panchina di alcuni dei migliori del mondo e l’entusiasmo di un ragazzo cresciuto a pane e tennis, in grado di assorbire come una spugna gli insegnamenti del maestro.

Fissiamo dunque qui il primo paletto: questi sette anni insieme restano, perché i due non solo hanno avuto la fortuna di incontrarsi, ma sono stati pure abbastanza intelligenti e lungimiranti da capire che uno avrebbe fatto la fortuna dell’altro. Riccardo spiegava, raccontava, correggeva. Jannik ascoltava, faceva errori e si faceva domande, trovando le risposte nei suoi allenamenti quotidiani.

Per quello che Sinner diventerà, e per quello che è diventato, il merito rimane di entrambi, così come dello staff di Bordighera che ha affiancato il coach comasco nel lavoro enorme che si cela dietro alla costruzione di un top 10.

JANNIK E RICCARDO: NIENTE COLPE, SOLO RESPONSABILITÀ

Quando una relazione finisce, di qualsiasi relazione si parli, istintivamente si cercano le colpe. Lo fanno normalmente i diretti interessati, è una forma di autodifesa. Lo fa – se la relazione è di dominio pubblico – la gente che assiste da fuori, che giudica senza avere in mano quasi mai le chiavi per analizzare a fondo la questione. Il passaggio più difficile è evitare questa trappola, per tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda.

Le colpe non stanno quasi mai solo da una parte, e a volte proprio non ci sono, non esistono. Le scelte arrivano da una presa di coscienza di uno dei due oppure di entrambi. A volte si tratta di un processo naturale, non evitabile. O meglio, evitabile solo attraverso l’accumulo di una buona dose di frustrazione. Cambiare a volte è semplicemente necessario, anche se non si sa bene perché. Più che di colpe, dunque, meglio parlare di responsabilità.

L’AMBIZIONE DI SINNER

A questo processo inevitabile va aggiunta poi una parola fondamentale, nel caso specifico: ambizione. Jannik Sinner è un ragazzo ambizioso, che nel suo vocabolario non ha mai incontrato traccia del verbo accontentarsi. Non gli è bastato bruciare le tappe dai 17 ai 19 anni, non gli è bastato passare dagli Itf al circuito Atp, vincendo pure dei trofei, nel giro di 20 mesi.

Prima di trionfare nel Challenger di Bergamo, nel febbraio 2019, Sinner aveva conquistato giusto due Itf Under 18 di grado 4, un paio d’anni prima. Niente che facesse pensare a una sua imminente esplosione. Un anno e mezzo dopo la vittoria di Bergamo, Jannik sarebbe arrivato nei quarti di finale al Roland Garros, perdendo da Rafael Nadal senza nascondere una certa insoddisfazione.

Un mese e mezzo più tardi avrebbe vinto a Sofia il suo primo titolo Atp. Una crescita – anche in questo caso – fuori da ogni previsione. Una crescita che però era figlia anche di quell’ambizione, in parte certamente innata, in parte corroborata da quel tecnico che su di lui aveva investito tempo, risorse e speranze.

IL FUTURO DI UN VENTENNE TOP 10

L’ambizione non è fatta per vedersi imporre dei paletti, dei limiti. Almeno non se parliamo di sport. L’ambizione di un tennista che diventa top 10 a vent’anni è quella di arrivare a diventare numero 1 e di vincere gli Slam. Nessun altro traguardo può essere preso in considerazione, per quanto prestigioso possa essere.

Sinner sta coltivando la sua ambizione nella convinzione di dover fare qualcosa in più di quanto fatto il giorno prima. Nella convinzione che non conta il percorso fatto sin qui, ma conta quello che resta da fare. Il ragazzo ha più domande che certezze, e questo in genere è un bene: coltivare dei dubbi – prima di tutto su se stessi – è una dote sempre più introvabile ma che rafforza la spinta verso il lavoro, rafforza la curiosità che si trasforma poi in nuove conoscenze. Che le risposte a quelle domande siano quelle corrette, non è dato saperlo. Lo sapremo, forse, a fine carriera.

Quello che non sapremo mai è ciò che Jannik e Riccardo stanno pensando per davvero in questo momento. Al di là delle tante motivazioni su cui si specula, perché è sempre necessario, in un mondo dominato dai giudizi, trovare il colpevole e la vittima. Oggi non ci sono colpevoli e non ci sono vittime. E non si tratta di buonismo, bensì di voler cercare di vedere il mondo da (almeno) due punti di vista diversi, e non solo da quello che ci appartiene di più, quello che fa comodo vedere.

RIACCENDERE I MOTORI

Riccardo Piatti ha dato prova – l’ennesima di una carriera che in realtà aveva già dimostrato tutto – di poter costruire un campione partendo da un diamante grezzo, da un ragazzino gracile e dai movimenti un po’ storti, raddrizzati a forza di lavoro. Jannik Sinner ha dimostrato di essere pronto a farlo, quel lavoro, di volersi mettere in gioco ogni giorno sapendo che dentro di lui c’è un fuoco in grado di portarlo molto, molto in alto.

Ciò che entrambi dovranno avere la forza di non perdere, da qui in avanti, è il sorriso genuino che ci hanno mostrato tante volte davanti alle telecamere e agli obiettivi. Un sorriso che rendeva ogni lavoro meno pesante e che oggi è sparito dal loro volto, tanto da quello di Riccardo quanto da quello di Jannik, come del resto è normale che sia dopo una vicenda dolorosa come questa. Ma che dovrà riapparire per fare in modo di riaccendere i rispettivi motori.

Uno potrà costruire altre stelle, l’altro potrà diventare la stella più luminosa. Magari poi si ritroveranno da avversari, mantenendo intatti rispetto e gratitudine. Ben sapendo che la loro storia così fuori dal comune, in fondo, non è mai davvero finita.