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Perché la vecchia Europa, nel tennis, è imbattibile

Pubblicato il 28 settembre 2021

La presenza (e l’influenza) dei Big 3, il declino del tennis americano, la scomparsa dei terraioli, la Russia come jolly. Sono alcuni dei motivi che hanno portato il tennis europeo a dominare come mai era accaduto in precedenza. La Laver Cup è stata lo specchio fedele di quello che succede nel Tour

Non c’era nessuno dei Big 3, eppure è arrivata la quarta vittoria del Team Europe su quattro edizioni della Laver Cup. Di più: è arrivata la vittoria più netta di tutte, un successo che già dopo le prime due giornate era sostanzialmente in cassaforte, con un clamoroso 11-1 che ha spento di fatto la terza, salvata soltanto (almeno per la disputa di un incontro) dalla matematica e dalla formula dei punti ‘a crescere’: uno per partita il venerdì, due il sabato, tre la domenica. Boston si meritava più battaglia, ma in questo momento è un dato di fatto che il dominio europeo sia destinato a proseguire anche dopo l’epoca del triumvirato. Del resto basta guardare il ranking Atp per capire: nei primi dieci ci sono attualmente dieci europei, e pure nella Race non è che la vicenda cambi molto, col rapporto che diventa di nove a uno, e col solo Felix Auger-Aliassime come intruso di turno. Per qualità, quantità e durata, si tratta di un controllo totale del circuito che ha pochi precedenti nella storia della racchetta. Ma come si è arrivati sin qui? Come è stato possibile racchiudere tanti talenti in uno spicchio del mondo, in fondo, abbastanza ridotto?

L’INFLUENZA DI ROGER FEDERER, RAFAEL NADAL E NOVAK DJOKOVIC

Fino ai primi anni Duemila, i talenti intesi come fenomeni assoluti si erano distribuiti un po’ in ogni angolo del pianeta, per quella regola non scritta che assegna alla sorte un ruolo primario nella scelta degli eletti, a prescindere dai sistemi-Paese. Nello stesso periodo di vent’anni fa, i primi dieci al mondo erano equamente divisi: cinque in Europa, altrettanti nel resto del mondo, che però occupava le prime quattro posizioni con Gustavo Kuerten (Brasile), Andre Agassi (Stati Uniti), Lleyton Hewitt e Pat Rafter (Australia). Il periodo appena precedente aveva visto ancora un americano, Pete Sampras, come principale protagonista. Il tennis, insomma, aveva il suo baricentro negli States e la presenza di due star fuori dalla norma come Sampras e Agassi aveva contribuito in maniera determinante a creare questa situazione. Oggi, ormai da tempo, la situazione si è capovolta ed è indubbio che gran parte del merito di quei primi dieci tutti targati Vecchio Continente sia del terzetto Federer-Nadal-Djokovic. Un terzetto che non solo è ancora presente nei top 10 (con l’aiutino del ranking congelato), ma che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo della popolarità della racchetta nei Paesi vicini. Parliamo di tre stelle planetarie, che non hanno confini quanto a tifosi, ma è fuor di dubbio che si sentano più legati alla gente in Europa rispetto a quanto accade negli Stati Uniti, in Australia o in Asia. Si tratta anche di una vicinanza logistica, sul fronte giocatori: quando Djokovic nella off season si allena a Monte-Carlo, sono le più le chance di trovare come sparring un europeo, piuttosto che un americano. Lo stesso vale per Nadal e per Federer.

LA TRADIZIONE EUROPEA E LA TRASFORMAZIONE DEI TERRAIOLI

Un tempo, i terreni preferiti dei campioni europei erano quelli in terra battuta. Gli spagnoli, in particolare, dettavano legge sul rosso ma poi altrove, complici anche le superfici dure molto più rapide rispetto a quanto accade oggi, non riuscivano a mantenere lo stesso rendimento. Una stagione di cambiamento coincise proprio con l’inizio del nuovo millennio, grazie a personaggi come Carlos Moya e Juan Carlos Ferrero. Furono loro a far capire agli spagnoli e a tutti i terraioli europei che era arrivato il tempo di allargare gli orizzonti, di andare a cercare punti anche sul cemento e indoor. Non è un caso che dopo Moya, dalla stessa isola sia arrivato Rafael Nadal, il quale malgrado sia nato sul rosso non ha mai minimamente pensato di limitare la propria carriera per una questione di superficie. Probabilmente non è un caso nemmeno che a guidare lo spagnolo più forte della nuova generazione, Carlos Alcaraz, ci sia proprio l’ex numero 1 del mondo Ferrero. Oggi resta qualche terraiolo, sì, ma parliamo di giocatori di seconda fascia. Non esistono più quelli che sono in grado di costruirsi un’intera stagione sul rosso e di rimanere al vertice, come una volta accadeva ai Bruguera o ai Muster. In questa sparizione del terraiolo di vertice, ovviamente, ha inciso parecchio anche l’omologazione delle superfici, che ha reso più rapida la terra e più lento il veloce. Tanto che uno come Casper Ruud, il più specialista del rosso tra i top players, si permette il lusso di battere un bombardiere come Opelka sul terreno più congeniale a quest’ultimo.

LA RUSSIA DI DANIIL MEDVEDEV E ANDREY RUBLEV COME JOLLY

L’Europa si può giocare un jolly che ha un certo peso: la Russia, ossia il Paese più grande al mondo. Che di europeo in fondo ha poco, una percentuale piuttosto piccola del proprio territorio, ma talmente prolifica quanto a giocatori di vertice che finisce spesso per fare la differenza. Lo era già nell’epoca pre-Big 3 (con Evgeny Kafelnikov e con Marat Safin), lo è adesso con Daniil Medvedev e Andrey Rublev che hanno trovato in altri Paesi europei (Francia e Spagna) le condizioni ideali per crescere ed esprimere il loro potenziale. In Russia il tennis non è uno sport tra i più popolari, non arriva ai livelli del calcio ma nemmeno dell’hockey su ghiaccio. Eppure trova sempre il modo di far emergere qualche campione da un bacino molto vasto e da giocatori che prima di essere tecnicamente validi sono spesso degli atleti straordinari. Quando qualcuno si fa notare in qualche città più a sud o più a est, in pieno territorio asiatico, solitamente passa poco tempo prima che si trasferisca a Mosca (o, più raramente, a San Pietroburgo). Dalle due città-simbolo del Paese all’emigrazione verso altri stati europei, poi, il passo è breve e il ritorno in patria molto raro. Uno di coloro che hanno fatto il percorso di andata e ritorno è Aslan Karatsev, che però in realtà oggi si allena in Bielorussia. È talmente poco europea, la Russia, che qualcuno in questi giorni ha proposto di inserirla nel Team World, per rendere la competizione creata da Roger Federer un po’ più equilibrata negli anni a venire.

IL DECLINO DEL TENNIS AMERICANO

Nel resto del mondo di una ventina di anni fa, c’era un Paese che più degli altri forniva giocatori in serie. Quel Paese, gli Stati Uniti d’America, oggi sta vivendo una crisi profonda che meriterebbe di essere analizzata in pagine e pagine di ricerche approfondite. Il punto, però, è che dopo Sampras e Agassi gli States non sono più stati gli stessi. C’è stato Andy Roddick, sì, e ha pure raggiunto la prima posizione mondiale, ma non ha retto all’arrivo di Roger Federer e a quel doppio paragone con i predecessori che del resto ha condizionato parecchi connazionali negli anni seguenti. Gli Isner, gli Opelka, i Nakashima, sono ottimi atleti ma non sono stati (e presumibilmente, non saranno) in grado di essere quello di cui l’America avrebbe bisogno: dei trascinatori. Non hanno il carisma e – volendo essere onesti – non vincono abbastanza. La cultura sportiva dei college che aiuta i ragazzi a stelle e strisce a coltivare la carriera mentre continuano a studiare è certamente da prendere a esempio in tanti luoghi del mondo, ma non basta per produrre campioni. Per quelli, occorre non solo che funzioni il sistema scuola, ma pure che funzioni il sistema tennis, e proprio su questo aspetto, oltreoceano si devono porre più di una domanda.

AUSTRALIA E ARGENTINA, LA TRADIZIONE È UN OSTACOLO

Oltre agli States, c’è un altro Paese che fino a pochi anni fa produceva talenti in serie e che oggi fatica: l’Australia. Il punto però, in questo caso, è un altro. Fino a che il tennis era uno sport destinato a pochi fortunati (e dotati di risorse), gli australiani potevano far valere la loro straordinaria tradizione e – pur attingendo da un bacino piuttosto ridotto (25 milioni di abitanti) – riuscivano sempre a produrre il campione. Dopo Pat Rafter e Lleyton Hewitt, invece, i successori non sono riusciti a garantire la stessa qualità, per motivi diversi. Tra Alex De Minaur, Nick Kyrgios e Thanasi Kokkinakis, il talento e la formazione tecnica non è mancata ma le altre componenti che fanno un top player (fisico, testa) sono state latitanti. Un lavoro più specifico e più adatto ai tempi attuali non guasterebbe. Pur non essendo in crisi, non riesce a restare al passo dei big nemmeno l’Argentina. Che contrariamente alla Spagna non è ancora riuscita a compiere quello step decisivo verso l’abbandono della terra come terreno di conquista. Juan Martin Del Potro, uno dei campioni più sfortunati che la storia ricordi, non è bastato a far cambiare mentalità a un movimento molto ancorato alle sue tradizioni, tanto che gli emergenti (Tirante, Etcheverry, i fratelli Cerundolo, Baez) sono tutti ottimi combattenti sul rosso ma devono ancora fare progressi sulle altre superfici. Tra i Paesi emergenti, la Cina ha già fatto il salto di qualità a livello organizzativo, ma per la creazione di giocatori competitivi per il vertice il percorso sembra lungo e complesso. Per tutti questi motivi, il dominio dell’Europa pare destinato a proseguire a tempo indeterminato.