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Federer, terra bruciata

Pubblicato il 18 maggio 2021

La sconfitta patita da Roger Federer a Ginevra contro Pablo Andujar non è una grande sorpresa. Ma è l’occasione per fare il punto sulle difficoltà del campione sul rosso, da sempre il terreno più ostico per lui. Difficoltà che paradossalmente lo hanno reso più umano, avvicinandolo alla gente quanto le vittorie.

Il suo rapporto con la terra battuta non è mai stato facile. E c’è da credere che le cose non cambieranno certo in questo ultimo supplemento di emozione, questo extra-time di una carriera infinita. Eppure Roger Federer sulla terra ci è cresciuto, la conosceva benissimo da giovane e quando è arrivato nel Tour non avrebbe mai pensato di poterla vedere come un incubo. Dopo la sconfitta all’esordio a Ginevra contro Pablo Andujar, invece, la questione potrebbe riproporsi pari pari come ormai accade più o meno ogni anno, e persino il semplice approdo al Roland Garros sembrerebbe assumere contorni più incerti. Ma per quanto i fan del basilese possano legittimamente disperarsi e restare stupiti di fronte a questa precoce eliminazione casalinga, in realtà per Roger non c’è nulla di particolarmente strano o deludente. Se non, forse, quel parziale conclusivo di quattro game che ha permesso al 35enne iberico di prendersi la partita.

DA AMBURGO A PARIGI

Quel rapporto così teso, così conflittuale, col mattone tritato, Roger in fondo ha avuto modo di elaborarlo abbondantemente, dopo aver fatto pace con Parigi, sponda Roland Garros (era il 2009) e dopo aver capito che di fronte a Rafael Nadal e a Novak Djokovic, lui semplicemente non aveva le armi per ripetere le imprese compiute altrove. Non parliamo solo di armi tecniche, quanto di caratteristiche di altro genere: pazienza, resistenza, gestione di uno sforzo prolungato. E pensare che Roger sulla terra aveva vinto il suo primo Masters 1000, che allora – era il 2002 – si chiamava Masters-Series: Amburgo, che poi sarebbe diventato uno dei tornei preferiti dal campione, mostrò al mondo che quel ragazzo dal talento immenso e dal carattere (all’epoca) un po’ ribelle poteva vincere ovunque, poteva conquistare il mondo a prescindere da quello che gli capitava sotto ai piedi.

LA VARIANTE NADAL

Solo che poi, a un certo punto, nella vicenda è subentrato il toro Nadal, e allora il torero Federer ha avuto i suoi bravi problemi a gestire la novità. Spesso, il basilese ha parlato della finale di Roma nel 2006 (persa in cinque set e cinque ore) come il momento di svolta, in negativo. Il momento in cui i dubbi hanno cominciato a entrargli in testa e a diventare troppo grandi per essere controllati, persino da un gigante come lui. Così, di anno in anno, all’arrivo della primavera, si ripetevano le stesse scene: le occasioni mancate, la frustrazione per un match in equilibrio sfuggito d’un soffio, gli scambi prolungati che finivano sempre dalla parte sbagliata, sempre dalla parte di Nadal. E, via via, Roger si è quasi rassegnato, fino a escludere quasi totalmente la parentesi rossa dal suo calendario. Ci ha provato, beninteso, a spostare l’equilibrio, e in fondo il Career Grand Slam se l’è pure conquistato. Ma sapeva benissimo che quel trionfo parigino del 2009 (condito da quattro finali e da tre semi) sarebbe stato quasi impossibile da ripetere.

UN ROGER UMANO

Dodici anni più tardi, quando ancora la carriera di Federer non è terminata e quando gli anni sono quasi 40, torniamo a parlare del suo rendimento sul rosso e delle sue sconfitte (70, contro 223 vittorie) perché in fondo sono il suo lato più umano. E dunque più vicino a quella gente che lo ama alla follia. Litigare con la terra battuta, la superficie della fatica, in fondo lo abbiamo fatto tutti. Tutti avremmo voluto, a volte, una metà campo avversaria fatta di erba, come quella che Roger si ritrovò nella pazza esibizione del 2007 a Maiorca, proprio contro Nadal. Tutti abbiamo maledetto un avversario regolarista che si metteva ad alzare dei top esasperati. E tutti abbiamo capito Roger, il suo dramma sportivo di fronte alla tante, troppe volte, in cui è arrivato a un passo dal dominare la sua nemesi, per poi uscirne di nuovo battuto. Mentre ci chiediamo cosa sarà di quest’ultimo spicchio di Federer, come andrà il Roland Garros, come staranno le sue ginocchia, lui probabilmente liquiderà il tutto con un simpatico ‘ahi ahi ahi’, detto e ripetuto nella sconfitta contro Andujar di fronte agli errori più generosi. Simpatico come le parole pre-match a Ginevra: “Ora dovrei essere numero 800 al mondo, non numero 8”. E poi si rimetterà in marcia per una seconda parte di stagione più adatta al suo tennis, più consona alla sua condizione attuale. Senza chiedersi quanto manca al traguardo.