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Schiavone 2010: elogio del coraggio

Pubblicato il 4 giugno 2020

Il 5 giugno del 2010, sul Centrale del Roland Garros, Francesca Schiavone dimostrò al mondo che niente è impossibile. Battendo Sam Stosur, la milanese apriva una nuova era del tennis italiano. Ecco perché quel successo rimane, 10 anni dopo, un momento di svolta per un intero movimento.

“Ho sempre creduto in me stessa. Non pensavo a questo trofeo o a un torneo in particolare. Pensavo solo di valere un traguardo del genere”. Se c’è una persona, nel mondo del tennis italiano, che si possa ben definire un’ispirazione per tutti negli ultimi 10 anni (ma anche qualcosa in più), questa è senza ombra di dubbio Francesca Schiavone. Prima di tutti, di Flavia Pennetta e Fabio Fognini, di Roberta Vinci e Matteo Berrettini, arrivò lei a cambiare volto al nostro tennis. Lei che aveva già vinto la Fed Cup con la maglia della Nazionale e aveva raggiunto traguardi prestigiosi nel circuito. Lei che, tuttavia, forse era l’unica a pensare davvero di poter arrivare fin lassù, nel paradiso in forma di un titolo al Roland Garros e delle top 5 al mondo. Sì perché diciamocelo chiaramente: la si ammirava, Francesca, per tutto quello che stava combinando nel Tour, ma allo stesso tempo si parlava sempre più dei suoi limiti che delle sue possibilità.

5 GIUGNO 2010: UNA DATA STORICA

La milanese, alla soglia dei 30 anni, ebbe questo merito enorme: spostare le attenzioni dal negativo al positivo. Da ciò che poteva impedirle di raggiungere i suoi sogni a quello che stava nascosto dentro di lei e aspettava soltanto la buona occasione per emergere. Il 5 giugno del 2010 non fu soltanto il suo giorno, quello in cui capì di aver avuto ragione. Fu anche il giorno in cui il tennis italiano tutto comprese che doveva smetterla coi complessi di inferiorità, doveva smetterla – per dirla come Nanni Moretti – con quelle ‘spallucce vittimiste di quelli che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna’. Francesca quel giorno non volle sentire ragioni, non quelle di un (pur comprensibile) appagamento per un traguardo straordinario come una finale Slam, non quelle di un’avversaria tosta come Sam Stosur, capace durante le due settimane parigine di far fuori persino Serena Williams. Certo l’australiana non sarebbe passata alla storia come una vincente, ma a contribuire alla nomea fu soprattutto quel match. Un incontro nel quale partì favorita e terminò demolita nel tennis e nell’animo da una ragazza concentrata sull’obiettivo e su nient’altro, in trance agonistica totale.

NOTHING IS IMPOSSIBLE

Chi ha avuto la fortuna di assistere alla finale sullo Chatrier non potrà mai dimenticare quelle sbracciate di rovescio, quei cross stretti, quelle sortite a rete e quei pugnetti mostrati con orgoglio al proprio angolo. Non potrà mai dimenticare le magliette dei suoi fan, con sopra scritto ‘Nothing is impossible’. No, niente è impossibile: una lezione che il movimento tricolore ha mandato a memoria da quella domenica di giugno di dieci anni fa. C’è un pezzo di quel trionfo in tutte le imprese azzurre successive: nel capolavoro firmato da Flavia Pennetta agli Us Open del 2015, in quello di Fabio Fognini a Monte-Carlo, nelle semifinali di Marco Cecchinato e Matteo Berrettini a Parigi e a New York. Di più: c’è un pezzo di quel trionfo in ognuno di noi, e poco importa che si parli di un quarta categoria o di un impiegato che gioca una volta al mese. Chi ha seguito la favola di Francesca, da quel 5 giugno 2010, ha acquisito un po’ più di coraggio, un po’ più di autostima.

IL RITIRO E LE NUOVE SFIDE

La milanese sfiorò il bis l’anno successivo, tradita da una manciata di punti e da una decisione arbitrale discutibile nel momento cruciale della finale contro Li Na. Poi dal 2012 in avanti, a livello Slam, quei momenti felici rimasero un miraggio. Vinse ancora quattro tornei del Tour prima del ritiro, nel 2018, annunciato durante gli Us Open. Mentre la sua ultima partita fu un primo turno a Gstaad, a metà luglio, contro Sam Stosur. Un segno del destino, un cerchio che si chiudeva. Tuttavia, Francesca non ha smesso di lottare. Continua a farlo tutt’oggi, dopo aver sconfitto un tumore e aver attraversato momenti ben più complessi di quelli che gli aveva proposto il campo. Tra la sua esperienza messa al servizio dei giovani aspiranti professionisti e un’attività commerciale appena avviata nel campo della ristorazione, la nuova vita della Leonessa è tutta da scoprire. Con lo stesso inesauribile entusiasmo di chi, su ogni campo da tennis del pianeta, ha sempre saputo di avere una chance. Contro qualsiasi avversario e persino contro il destino.