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Tim Mayotte, i rimpianti di un gentleman 

Pubblicato il 3 aprile 2020

Fu il primo vincitore di quello che adesso conosciamo come Masters 1000 di Miami. Ma l’ex top 10 Tim Mayotte si porta in dote anche tanti rimpianti, soprattutto da Wimbledon del 1985. L’anno in cui Boris Becker, poi in trionfo, contro di lui aveva deciso di ritirarsi.

Il Gentleman Tim originale del tennis, ben prima che arrivasse il britannico Henman a violare il copyright, fu un americano di Springfield, Massachusetts. Il cognome è Mayotte, e se non è finito tra i vincitori di Slam è probabilmente per colpa di quel suo essere troppo gentile, troppo buono, in un periodo in cui di esempi di gentilezza e di bontà, così come di fair play, sui campi del circuito se ne vedevano pochi. Nonostante tutto, rimase fedele al suo nickname e alla sua natura: mai una parola fuori posto, nemmeno nelle situazioni più assurde, al limite della sopportazione. Come quella volta della Davis a Mexico City, nel luglio del 1986. Gli americani sanno di andare nella fossa dei leoni, ma nemmeno loro possono immagine il clima che si respira. A scortarli negli spostamenti ci sono diversi uomini armati di mitragliatrici, necessari perché ai ‘gringos’ erano già pervenute minacce di morte. E il cibo arriva direttamente dagli States, perché esiste il fondato timore di un possibile avvelenamento. “C’era un’atmosfera surreale – ha spiegato anni dopo Mayotte – alimentata dal fatto che giocavamo all’interno di una ‘plaza de toros’ (gli stadi destinati alla corrida, ndr). Ogni volta che commettevo un errore, una band di mariachi intonava una canzone che aizzava tutto il pubblico. Alla fine contai 28 doppi falli, ma contro Leonardo Lavalle, che per inciso era un gran giocatore, vinsi comunque”.

DELRAY BEACH, IL PRIMO TRIONFO

In quella trasferta, nel team americano, accanto a Mayotte c’era Brad Gilbert. In sostanza i due poli opposti del fair play nel panorama del tennis mondiale di allora. Seguace del ‘Winning ugly’, ossia ‘vincere sporco’ (poi titolo del suo best seller) il secondo; onesto fino al midollo (o fino alla sconfitta) il primo. La nomea di bel perdente, che lo accompagnò per lunghi tratti della carriera, non era però del tutto corretta. È vero che Tim non andò mai più in là di una semifinale in un Major, a Wimbledon e in Australia, tra il 1982 e il 1983. Ma è altrettanto vero che entrò nei top 10 (numero 7 come best ranking) mettendosi in tasca un Argento olimpico a Seul 1988 e dodici titoli del Tour. Il primo della serie corrisponde alla prima edizione di quello che oggi conosciamo come Masters 1000 di Miami. All’epoca, parliamo del 1985, si gioca a Delray Beach, sessanta miglia a nord di Key Biscayne, altra sede dell’evento per tanti anni. I favoriti del ‘Lipton’ sono Ivan Lendl e Mats Wilander, e nessuno pensa che quell’americano dal tennis pulito ed elegante possa rubare loro la scena, tanto più quando fatica fin troppo per venire a capo al primo turno del nigeriano Nduka Odizor.

WIMBLEDON, LENDL, BECKER E TANTI RIMPIANTI

Invece le cose cambiano in fretta. A cadere sotto i colpi di Gentleman Tim al turno successivo è una giovane promessa che di lì a poco avrebbe vinto qualcosa di importante, Boris Becker. Poi, a seguire, fanno la stessa fine pure Marty Davis, Greg Holmes, Mike Leach e Jan Gunnarsson. Nell’ultimo atto, al meglio dei cinque set, Mayotte va sotto di due parziali contro il connazionale Scott Davis, ma rimonta e trionfa al quinto. Si tratta del primo centro su cinque finali disputate, resterà l’unico ancora per molti mesi, fino al Queen’s del 1986. Ma i rimpianti veri del Gentleman si proiettano sui Major. Sempre nel 1985, l’anno dell’impresa del 17enne Becker, a Wimbledon accade qualcosa di anomalo. Il tedeschino, proprio durante il match che lo oppone a Mayotte, decide di ritirarsi. “Mi ero procurato una storta alla caviglia – avrebbe spiegato poi Bum-Bum – ed ero fermamente determinato a chiuderla lì, ad andare a stringere la mano al mio avversario. Dal mio team, composto da Tiriac e Bosch, arrivò l’invito a chiamare il trainer e a prendersi una pausa. Optai per ascoltarli, pur senza esserne convinto. Ebbero ragione loro”. Ma quando lo si chiede a Tim, il momento del maggior rimpianto è un altro. Il palcoscenico è lo stesso, l’erba dei Championships che esaltava il suo gioco d’attacco; l’anno è quello successivo, il 1986. “Persi nei quarti contro Ivan Lendl, 9-7 al quinto. Venivo dal successo al Queen’s, dove avevo superato Becker, Edberg e Connors uno in fila all’altro. Sapevo di avere una grande chance di vincere il titolo e per quello fu un momento doloroso, il peggiore della carriera”. Un dolore intimo, silenzioso, come quello di un Gentleman.