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Il mondo di Sofia

Pubblicato il 1 febbraio 2020

Ecco la storia della nuova campionessa degli Australian Open, Sofia Kenin: dall’approdo negli Stati Uniti al college, passando per i sogni da numero 1.

Chissà a cosa avrà pensato, papà Alexander Kenin, quando il doppio fallo di Garbine Muguruza ha incoronato regina sua figlia Sofia: l’undicesima vincitrice diversa negli ultimi tredici Slam femminili. Magari la mente l’ha rimandato a quando nel 1987, in piena Perestrojka, era sbarcato a New York con la moglie, da rifugiato, con appena 286 dollari in tasca e una valigia piena di sogni. Oppure a quando nel 2005, con l’innocenza dei suoi sette anni, la piccola Sofia raccontava fiera di poter rispondere al servizio di Andy Roddick, e che un giorno sarebbe diventata numero uno al mondo come la sua amica Kim Clijsters. Dovrà attendere ancora, per questo traguardo, ma intanto una buona fetta dei sogni dei Kenin si è avverata in un’umida notte di Melbourne, con un 4-6 6-2 6-2 che ha trasformato quell’enfant prodige dai capelli biondissimi che dava del tu ai campioni in una di loro. Una che adesso ha lo Slam in bacheca, conquistato nemmeno così a sorpresa, vista la crescita enorme in un 2019 che l’ha condotta dove meritava di stare. La Wta l’ha premiata come “Most Improved Player”, e la 21enne nata a Mosca e cresciuta in Florida ha ringraziato rafforzando ancora la corazza, come pure quella dote che certo non si compra e difficilmente si costruisce: la capacità di restare serena quando le cose non funzionano secondo i piani. Nella vita e, soprattutto, sul campo da tennis.

GHIACCIO NELLE VENE

Sofia non si mette a strafare, a cercare chissà quali soluzioni controproducenti, ma continua sulla propria strada e trova nel proprio tennis la chiave per reagire. L’ha fatto contro la Barty in semifinale e l’ha ripetuto in finale, dopo un primo set comandato dalla Muguruza. Non si è spaventata quando il vincente lo trovava sempre Garbine, e non appena il pressing della spagnola è calato, la partita l’ha presa in mano lei. Dimostrando che nelle vene non le scorre solamente il tennis (come dal famoso slogan del suo brand di racchette) ma pure il coraggio e quel ghiaccio che le colora gli occhi. La sintesi è tutta in un game, il quinto del terzo set, quando pareva in controllo dopo il 6-2 del secondo e invece si è trovata 0-40 in un batter d’occhio, con la rivale di nuovo pericolosissima. Si è armata di freddezza e ne è uscita con quattro colpi vincenti e un ace, roba degna della Serena Williams dei tempi d’oro: è così che ha vinto la partita, mandando in tilt la mente della spagnola di Caracas e poi raccogliendone i vari regali, fino ai tre doppi falli dell’ultimo game. Così, si sono aperte le porte del club delle vincitrici Slam. Così, al tempo stesso, Sofia ha mostrato al mondo che nel lungo elenco delle predestinate che si sono bruciate troppo presto, fra ambizioni spropositate e desiderio di stare al centro dell’attenzione, il suo nome non c’è e non ci sarà mai.

COLLEGE? MEGLIO UNO SLAM

E pensare che nel 2017 – malgrado una splendida carriera junior, con un best ranking da numero 2 al mondo – Sofia aveva praticamente optato per la strada del college, accettando una borsa di studio all’Università della Florida. Poi è arrivata al terzo turno dello Us Open, si è convinta di poter diventare una big ed ora eccola qua, con in braccio il Daphne Akhurst Trophy e un posto al numero 7 del ranking Wta ad attenderla dal prossimo lunedì. Non sarà la più esplosiva, la più veloce o la più solida, ma si è comunque costruita un tennis in grado di portarla molto in alto. Se il futuro sarà suo lo può dire soltanto il tempo, perché nel circuito femminile sono state parecchie le giocatrici in grado di vincere uno (o più) Slam ma poi incapaci di ripetersi, o di farlo con continuità. Tuttavia, questo a Sofia importa poco. Dopo una vita intera passata a sbirciare nel futuro, per una volta può finalmente godersi il presente.