blog
home / BLOG / Diventare Sonego

Diventare Sonego

Pubblicato il 3 dicembre 2019

Numero 446 Atp a 22 anni, top 50 a 24: l’ascesa di Lorenzo Sonego è stata imprevedibile persino per lui. Il torinese si racconta in esclusiva, tra le emozioni del primo titolo Atp e quelle del match con Federer al Roland Garros. Senza dimenticare la persona che più di ogni altra ha creduto nella sua crescita: coach Gipo Arbino.

A 22 anni, Lorenzo Sonego era numero 446 del ranking mondiale. Non aveva alle spalle una carriera Juniores e non aveva nemmeno sogni straordinari. Semplicemente, continuava a lavorare duro, sulla spinta di uno che in lui credeva moltissimo: il coach (“e secondo padre”) Gipo Arbino.

A 24 anni, Lorenzo Sonego è numero 52 Atp (ma è stato pure 46), ha vinto un titolo del Tour maggiore ad Antalya su una superficie – l’erba – che nemmeno conosceva, ha raggiunto i quarti di finale nel Masters 1000 di Monte-Carlo ed è stato convocato in Coppa Davis come terzo di una squadra che comprende il numero 8 e il numero 12 del mondo. Come sia stato possibile questo salto, sono in pochi a poterlo raccontare. E pure lui, il diretto interessato, si districa tra una certa fatica e un imbarazzo che fa quasi tenerezza. 

La stagione della svolta

“Ho sempre giocato meglio sulla terra – spiega – perché lì sono cresciuto, e in effetti i migliori risultati della mia carriera fino al 2019 erano arrivati su quella superficie. Sull’erba non mi aspettavo proprio di fare un risultato importante, come invece è avvenuto ad Antalya. I primi due tornei sui prati erano finiti con altrettanti primi turni, quindi non avevo particolari speranze. Però su quei campi, se indovini la settimana in cui servi bene, tutto può succedere. Ad Antalya i terreni di gioco non sono bellissimi e non sono nemmeno così veloci: la palla rimbalza mediamente male e tutti si lamentano, mentre io mi ci trovo a meraviglia. Direi che si è visto. Vincere un Atp al primo anno a questo livello non è una vicenda banale. È stata un’emozione pazzesca”.

Fiducia e Federer

“I quarti a Monte-Carlo mi hanno dato fiducia, ma già in precedenza stavo giocando bene. Nel Principato ho disputato alcune delle mie migliori partite, e per un pelo non riesco a ribaltare pure il match con Lajovic. Ripetersi? Difficile, perché il livello nei Masters 1000 è altissimo, ma di sicuro ci riproverò. In realtà durante tutto l’anno sono sempre arrivate prestazioni molto positive, non ricordo partite perse senza lottare. Anche con Federer a Parigi, la mia bella figura l’ho fatta. Come ho preso quel sorteggio? Ero contento, non capita tutti i giorni di poter giocare col più forte di tutti i tempi”.

I cambiamenti nel gioco

“L’obiettivo di inizio 2019 era quello di entrare nei top 50 Atp, anche se fino a poco tempo prima ero oltre il 400 e non pensavo certo di salire così rapidamente. Dai Challenger agli Slam, ai tornei più importanti del mondo, è stato tutto inaspettato e tremendamente veloce, ma la nota positiva è che ho saputo adattarmi cambiando il modo di affrontare i miei avversari. In allenamento lavoriamo spesso per entrare subito dentro al campo, sfruttando l’arma del servizio per tenere il pallino dello scambio. Non bisogna aspettare l’errore altrui, come invece tendevo a fare tempo fa. Nei Challenger qualcosa ti viene regalato, mentre a livello Atp, Slam e 1000, proprio no”.

La valanga azzurra

“La crescita del movimento non può che stimolare tutti gli italiani, da Berrettini in giù. Quello che ha fatto lui è straordinario: passare da numero 50 alle Finals di Londra è un mezzo miracolo. Ha vissuto un anno straordinario, ma non dimentichiamo che appena dietro c’è Fognini, talento enorme. Tutti traggono stimoli da loro, non a caso ci sono otto italiani nei top 100 Atp, cosa mai accaduta prima”.

Da ‘scarso’ a campione

“Io non ho avuto alcuna pressione da giovane, perché semplicemente da junior ero scarso (testuale, ndr). Avessi avuto il livello, gli Slam Under 18 li avrei fatti perché poi dei vantaggi te li ritrovi: le esperienze, gli sponsor che bussano alla tua porta, tutte cose che aiutano. Io ho fatto un percorso diverso e tutto sommato è normale che sia emerso tardi, mi mancano quegli anni da junior che mi avrebbero fatto cogliere parecchi dettagli utili. Tornassi indietro? Non farei niente di diverso, credo di aver preso le decisione corrette nei momenti giusti, semplicemente prima dei 20 anni non avevo le qualità per emergere”.

San Gipo

“Come ho messo assieme i pezzi del puzzle? Tutto merito del mio maestro Gipo Arbino, l’unico che credeva tanto in me, anche se onestamente non so cosa potesse vedere a quel tempo. Lui mi ha messo in mano una racchetta, mi ha cresciuto e mi ha modellato costruendomi il tennis che vedete adesso. Non è tanto merito mio, davvero, perché se avessi avuto un altro coach sicuramente non sarei qui ora a parlare di questi risultati. Ho passato la mia vita più con lui che con i miei genitori. È come un padre. Fuori dal campo parliamo di tutto, è un maestro di vita e non solo di sport”.

Sogno Atp Finals (in casa)

“Non faccio troppo caso alla classifica, sono arrivato a ridosso dei 50 e per salire ulteriormente devo solo pensare a lavorare duro, anche se in ultima analisi dipende pure un po’ dal destino. Non posso sapere se quello che ho raggiunto è il mio massimo o se posso arrivare, che so, nei top 10. Entrarci? Certo, è un traguardo possibile, ma non sarà mai un’ossessione. Il sogno? Giocare le Finals a Torino. La notizia mi ha fatto felice, mi ha dato un altro stimolo: è un bell’obiettivo che mi posso porre, quello di giocare nella mia città e praticamente di fianco a casa, contro i migliori del mondo”.