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LA LEZIONE DI PAOLO E DI ZACH

Pubblicato il 27 agosto 2019

Zachary Svajda ha 16 anni e va a scuola. Vive a San Diego e non aveva mai messo piede a New York in vita sua, nemmeno in gita con i compagni di classe. Non aveva mai nemmeno messo piede in un torneo del circuito maggiore dei pro, per scelta oltre che per una ragione ben più ovvia: l’età. Perché Zachary e papà Tom hanno preso la decisione di fare un percorso molto personale: giusto qualche apparizione nel circuito Itf (e tre miseri incontri vinti nei main draw dei 15 mila dollari), un altro paio tra gli Under 18 (con una finale in un grade 1 a Carson come miglior risultato). Poca roba, giusto per capire a che punto era il ragazzo. Poi accade che Zach vinca i Campionati americani juniores, evento che assegna una wild card per gli Us Open. Ma non quelli degli emergenti, quelli dei grandi. Accade dunque che Zach si trovi nello stesso tabellone di Federer, Nadal, Djokovic e di Paolo Lorenzi. Il quale, dopo essere stato battuto nelle qualificazioni, rientra dalla porta di servizio come lucky loser: il perdente fortunato più meritevole di questo ruolo che il tennis mondiale possa produrre in questo momento.

 

CINQUE SET DI CRAMPI E FATICA

Lorenzi è classe 1981, come Federer, e Zach potrebbe essere suo figlio. Paolo dimostra i suoi anni, Zach no. Nel senso che sembra pure più giovane: una faccia buona per una serie tv americana dove recitare il ruolo del teenager dall’anima bella. Una volta iniziato il match, però, i 20 anni e spiccioli di distanza spariscono. Svajda vola sul 5-0, vince il primo set per 6-3, resiste al ritorno dell’italiano, annulla una manciata di set-point e vince pure il secondo. Le tribune del campo 5 sono pienissime, e la gente non sta nella pelle. Sono increduli persino i genitori di Zach, che quell’esperienza l’avevano prevista quasi come un viaggio premio, e che adesso sono lì sperando in un approdo al secondo turno. Roba che da quelle parti non vedono, per un ragazzo così giovane, dai tempi di Michelino Chang (correva l’anno 1988). Però davanti a lui non c’è uno qualunque, c’è uno che quei 37 anni e passa li ha spesi con la ferma volontà di migliorare costantemente. Non ogni anno, ma ogni giorno, ogni punto meglio di quello precedente. Così il Lorenzi del terzo set è lo stesso combattente di sempre, come se i due parziali precedenti non fossero mai esistiti. Paolo tesse la sua tela, avvia la rimonta e continua a correre, in una giornata dove col tennis fa quello che può. Zach avverte la tensione, avverte pure la fatica, perché quattro ore in campo in vita sua non le aveva mai nemmeno immaginate. Arrivano i crampi un po’ ovunque, alle gambe e alle mani. Arrivano punti difficili e giocate da campione, corse e rincorse fino all’ultimo punto. Che è di Lorenzi, come la partita.

 

UN PERCORSO DIVERSO

Svajda perde ma in fondo vince pure lui. Perché dal suo avversario, in questo match, ha imparato una lezione decisiva. Puoi avere tutte le armi del mondo, puoi avere un braccio veloce (c’è), puoi avere una mano delicata nei pressi della rete (c’è), puoi avere una determinazione di ferro (c’è) e un carattere freddo, da giocatore vero (c’è), puoi avere tutto questo ma ciò che cambia le carte per davvero è saper fare i conti con ciò che si ha. Tradotto: avere l’umiltà di sopportare i momenti più duri e gli errori più banali, senza credere che qualcosa sia dovuto per grazia ricevuta o che il rivale di turno debba perdere perché sta scritto così. Solo in questo modo, del resto, vincono i grandi. Lo fanno nelle giornate buone e in quelle cattive, perché la vita non va sempre come vorresti ma è quando ti volta le spalle che c’è bisogno di restare lì, con la testa sul pezzo e con gli occhi di colui che ha perennemente bisogno di dare il massimo, prima di uscire di scena. Svajda e il suo team, però, allo stesso tempo hanno dato una lezione a quel mondo del tennis che vorrebbe un percorso obbligato per arrivare in vetta. Un percorso di cui Zach si è totalmente disinteressato, trovando una strada diversa, e non per questo meno utile, per diventare un professionista.