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SALVO IMPREVISTO

Pubblicato il 28 maggio 2019

Prima di questa settimana non aveva mai messo piede al Roland Garros, e tantomeno era riuscito ad addentrarsi fino al secondo turno di uno Slam. Adesso, Salvatore Caruso ha cancellato in un colpo solo queste due lacune dal suo curriculum, vincendo una partita che resterà per sempre nella sua memoria. È finita con il siciliano di Avola sdraiato sulla terra del campo 4 e con il suo avversario, Jaume Munar, a chiedersi come era potuto accadere. Perché in fondo ‘Salvo’, a questi livelli, è ancora sconosciuto, mentre il maiorchino cresciuto alla scuola di Nadal sta studiando per diventare grande, da numero 53 Atp ma con i suoi 22 anni che gli lasciano ampi margini di crescita. Caruso, invece, di anni ne ha 26, che non sono affatto tanti (soprattutto in Italia) ma che non sono nemmeno così pochi da poterlo definire una promessa.

L’ESEMPIO DI RAFA

Si sono presi a pallate da fondo per tre ore e passa, lo spagnolo e l’italiano, confrontandosi in una battaglia classica da terra, con tutti i componenti che rendono questa superficie allo stesso tempo ostica e sincera, durissima ma disposta a concedersi a chi sa trovare fantasia, in mezzo alla pur necessaria regolarità. Tra lunghi scambi da fondo, palle corte, tentativi di spezzare il ritmo altrui, si è vista una sfida a specchio, molto spesso concentrata dalla parte del rovescio, perché entrambi cercavano di giocare sul lato debole (o meno forte) altrui. Ha vinto, Caruso, perché ha avuto più freddezza, più coraggio, più tennis del suo avversario. Il che è una notizia, forse, per coloro che non lo avevano seguito fino a qui, ma che non lo è per chi sa quanto il siciliano abbia lavorato con pazienza negli ultimi anni, cercando ogni giorno di limare qualche piccolo dettaglio. Come Nadal, il maestro e l’esempio di Munar, ha insegnato.

100 PER 100 SICILIA

Salvo è un prodotto al cento per cento siciliano, con coach Paolo Cannova a seguirlo e una gavetta fatta di tanti tornei minori nelle province d’Italia e di tutto il mondo. Una gavetta che però non racconta solo di terra, ma pure di tanto cemento e tanto sintetico indoor, per cercare di aggiungere peso e variazioni laddove c’era già una certa sostanza, fatta di predisposizione al sacrificio. Molto diverso, tecnicamente e caratterialmente, dal suo conterraneo Marco Cecchinato, Caruso è più vicino a un altro siciliano doc come Alessio Di Mauro. Uno capace di conquistare i top 100 e tanti traguardi che agli occhi degli appassionati parevano per lui inarrivabili. Più pesante nel gioco rispetto al siracusano, Salvatore è tennista moderno e ragazzo intelligente, che sa bene cosa serve per arrivare. Serve, per esempio, quella voglia di emergere che ti permette di non accontentarti di aver passato le qualificazioni, e di non perderti d’animo quando un avversario temibile ti recupera un set e pare lanciato verso la rimonta. Quella grinta che ti trascina a un secondo turno possibile (Simon) per vedere una sfida con Djokovic nel terzo.

GENERAZIONE DOC

Il bello della nuova Italia è questo: quando qualcuno stecca (Cecchinato), quando qualcuno incappa in un sorteggio troppo severo (Sonego, ma pure Fabbiano), spunta un altro, imprevisto ma non imprevedibile, a far strabuzzare gli occhi. A far pensare che con questa generazione ci divertiremo davvero. Una volta Ceck, una volta Sonego, una volta Berrettini, una volta Caruso, la prossima chissà chi. Magari Travaglia, o i più giovani che stanno per mettersi in pari. Senza dimenticare un Fognini ormai alle soglie dei top 10, e che ci deve credere fino in fondo. Lui è il traino di tutti i Caruso che a ogni Slam, a ogni torneo che conta, ci faranno vivere delle emozioni.