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MONTE-FABIO

Pubblicato il 16 aprile 2019

Si trattava di scalare una montagna. Sotto di un set, e ancora per 1-4 nel secondo, con cinque chance per l’avversario di volare sul 5-1 e servizio, Fabio Fognini si muoveva come un giocatore battuto. Come quello pronto a incassare l’ottava sconfitta nelle ultime nove partite. Di fronte a lui, sul Centrale di Monte-Carlo, Andrey Rublev non era esattamente la sintesi dell’entusiasmo, ma semplicemente perché il russo di Spagna, con l’aria da perdente e la faccia pallida di chi non sopporta il sole, non ha nel suo dna l’espressione decisa e autorevole che servirebbe in questi frangenti. Eppure Rublev ci credeva, vedeva il traguardo vicinissimo, cercava di non farsi ingannare dalle prodezze altalenanti del ligure. Ci credeva sul 4-2, forse persino sul 4-3, o nella stretta finale del secondo set. Ma gli è sempre mancato un millimetro, un colpo, un sospiro in più. Così Fabio si è messo in testa che quella montagna si poteva addomesticare, che da qualche parte bisognava pur cominciare a risalire. Punto su punto, si è caricato e ha messo da parte gli ultimi mesi di delusioni. Ha visto in quella terra monegasca un’opportunità di riscatto, e tra un sorriso beffardo e un colpo vincente, si è costruito la sua rimonta perfetta.

LA VITTORIA DELLA SVOLTA?

Avrebbe potuto perdere, il ligure, e forse la fiducia per una partita giocata finalmente a buoni livelli sarebbe rimasta. Ma vincere è tutta un’altra cosa. In particolare in un ‘1000’ che in passato gli ha riservato (poche) gioie straordinarie e (più spesso) delusioni cocenti. Gioie come quella del 2013, una semifinale che rappresenta uno dei momenti più alti della sua carriera. Delusioni come quelle degli anni successivi, quando ci si aspettava una conferma mai più arrivata. Tra comportamenti discutibili e partite volate via senza nemmeno darsi tempo di capire che stava accadendo. La vittoria su Rublev, così sofferta e atipica, può davvero essere la svolta al termine di un periodo nerissimo. Può essere l’inizio della scalata di quella montagna che Fognini si era costruito con le sue stesse mani. A corto di stimoli, con una famiglia che – giustamente – gli assorbe i pensieri più di ogni torneo, Fabio ha bisogno di cercare dentro di sé la forza mentale necessaria a ritrovare continuità, ricavando il meglio di sé stesso in ogni circostanza. Senza demoralizzarsi al primo segnale negativo.

OBIETTIVO SLAM E 1000

Il ‘Monte-Fabio’ è una salita insidiosa, di quelle che magari non hanno pendenze impossibili ma che si mettono tra il ciclista e il traguardo d’arrivo a mischiare le carte, a far saltare i piani. Un po’ come il Poggio della Milano-Sanremo, per restare in un territorio che il ragazzo in questione conosce bene. Il ‘Monte-Fabio’ è una collina dall’aspetto non troppo cattivo, ma che si mangia le chance di vittoria a ogni chilometro, se si sta poco attenti a quello che accade intorno. Ecco, Fognini deve mettersi in testa che il peggior avversario è sempre lo stesso, quell’erta che lui si costruisce per rendere epica ogni vittoria, per rendere avvincente anche qualcosa che, sulla carta, doveva essere persino banale. Al tredicesimo anno tra i top 100 Atp, con otto titoli del circuito maggiore in bacheca, il ligure ha già dimostrato di essere il più forte tennista italiano degli ultimi tre decenni. Ma considerato che l’età – per il tennis di oggi – è tutt’altro che avanzata, si potrebbe legittimamente sperare in qualche altro exploit, magari in uno Slam. Dove c’è quel quarto di finale parigino del 2011 a fare bella mostra ma a risultare sempre, in fin dei conti, un po’ troppo isolato. Da Monte-Carlo, Fognini ha cambiato marcia. Adesso bisogna chiedergli di fare le cose semplici e far valere il suo talento. Quella che troppo spesso, nella sua carriera, si è rivelata l’impresa più difficile.