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BARTY MODELLO VINCI

Pubblicato il 4 aprile 2019

Al momento del ritiro di Roberta Vinci, in molti hanno pensato che per un po’ non avremmo più rivisto una giocatrice così atipica, così brillante, mettere il naso tra le top 10 del tennis mondiale. Invece non è passato nemmeno un anno, dall’emozionante addio della tarantina al Foro Italico, ed è spuntata Ashleigh Barty. La quale, per sgombrare il campo dai dubbi, era da tempo nell’élite del circuito in rosa, ma che fino a Miami 2019 non aveva mai trovato quella settimana perfetta per vincere un grande torneo e per abbattere il muro delle dieci migliori del pianeta. È una mezza sorpresa, ma non è un miracolo. Perché nella condizione di equilibrio quasi anarchico che regna nel Tour Wta, l’australiana dal talento pari alla sua intelligenza ha tutto il diritto di dire la sua per i titoli che contano. Come Miami, appunto. Dove nemmeno una buona Karolina Pliskova in finale, è riuscita a fermare la sua corsa.

LA SPINTA DEL DOPPIO

Come Roberta Vinci (che insieme a Sara Errani le diede il primo dispiacere a Melbourne, battendola nella finale del 2013), la ragazza nata a Ipswich il 24 aprile del 1996 ha cominciato la sua carriera dedicandosi assiduamente al doppio. E trovando risultati straordinari insieme alla connazionale Casey Dellacqua: nel 2013 le due arrivarono all’ultimo atto (senza peraltro vincerne uno) in tre Slam, e per quanto doppio e singolare siano mondi profondamente diversi, si poteva già capire che questa piccola e vivace teen-ager, allora 17enne, avrebbe saputo far parlare parecchio di sé. Quello che invece nessuno – a parte la sua famiglia forse – si sarebbe aspettato, è la pausa di riflessione giunta proprio nel momento della sua esplosione. Quel passaggio dal tennis al cricket (delle pro) che la rende ancora oggi un esempio più unico che raro nel mondo dello sport professionistico. “Stavo facendo tutto in maniera troppo meccanica – spiega oggi la brillante 22enne aussie – e avevo bisogno di capire. Quando ho staccato la spina, ho scoperto cosa volevo davvero dalla vita”.

LE VARIAZIONI, LA SUA FORZA

Una scelta di coraggio ma consapevole, che potrebbe pure averle cambiato (in meglio) quella carriera che oggi sembra giunta a una svolta importante. Ashleigh è lontana dalle colleghe picchiatrici che fino a poco tempo fa parevano poter monopolizzare il panorama del tennis in rosa. Lei gioca meno pesante, meno potente, cercando invece variazioni, angoli, tagli, palle corte, discese a rete. In una parola, sorprese. Tutte quelle cose che credevamo di aver perso con l’addio di Robertina da Taranto, e che invece si vedono ancora, laddove si decidono le posizioni di vertice. Le avversarie ormai non la sottovalutano più, ma lei nel frattempo ha imparato a difendersi. Ha imparato a sfruttare il suo talento anche nel contrattacco, quando c’è da rimandare la pallina un millesimo di secondo prima, per togliere il tempo a chi ti ha appena tirato un diritto-bomba o un rovescio teso e angolato. Nell’elasticità dell’australiana, che si è costruita pure un buon rovescio bimane in alternativa al suo delizioso back, sta la sua crescita. Che, per inciso, non è finita ma è appena cominciata, come già si intuiva nel quarto di finale Slam a Melbourne.

CRICKET E TENNIS, ZERO IN COMUNE

Sono orgogliosa di me e del mio team – ha spiegato –, di come abbiamo saputo gestire le situazioni durante tutto il torneo. Sto continuando a crescere come giocatrice e come persona. E questa consapevolezza rende la vittoria e l’approdo nelle top 10 ancora più gratificanti. Il cricket? Non ha nulla in comune con il tennis. È stato un momento importante della mia vita perché ho cambiato radicalmente il mio modo di pensare. Mi sono divertita molto, ho trovato nuovi amici, ma in fondo in fondo, il tennis era sempre lì a chiedermi di tornare. Quando sono rientrata nel Tour, lo amavo ancora più di prima. Ma lo vedevo da un’altra prospettiva”. Una prospettiva che adesso, dalla posizione numero 9 del mondo, si fa decisamente più interessante: “Oggi posso dire di essere più completa rispetto al passato, tecnicamente e mentalmente. So affrontare meglio la pressione, anche in un grande torneo come quello di Miami. Mi sto godendo questo viaggio straordinario, tra momenti belli e altri dolorosi, perché vale la pena di essere vissuto”.