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L’ORO DI LORENZO

Pubblicato il 29 gennaio 2019

Entusiasmarsi è facile. Quando hai 16 anni, ti coccoli un trofeo del Grande Slam (juniores, d’accordo, ma è pur sempre Slam) e hai appena incrociato Novak Djokovic che ti ha fatto i complimenti per la tua tenuta mentale (!), se ti scopri per un po’ con i piedi sulle nuvole hai tutte le attenuanti del mondo. Lorenzo Musetti, malgrado questo, sembra un giovanotto in gamba, e non solo per il talento che mostra sul campo da tennis. Il ragazzo di Massa Carrara mette assieme l’umiltà di chi ha bisogno di lavorare e il braccio rapido di chi in passato, per vincere, non aveva troppa necessità di sudarsi ogni santo allenamento. In più non è mai banale, padroneggia l’inglese e si esprime con concetti efficaci, degni di una persona formata e prima di tutto intelligente. Poi, anche dotata di qualità rare. Un esempio? Quando salta fuori il nome di Gianluigi Quinzi, quello che secondo molti sarebbe – a 23 anni – un caso emblematico di speranza mancata. Lui, Lorenzo, fa una faccia stranita e sottolinea che quel suo collega, che vinse Wimbledon Under 18 nel 2013, mica è finito a lavorare in miniera. È numero 150 al mondo, posto più posto meno, e ha tutta una vita davanti per costruirsi una carriera che per qualcuno sarebbe già soddisfacente.

UN PASSO DENTRO AL CAMPO

Sì perché, spesso, da chi mette in bacheca questi trionfi prima di diventare maggiorenne, si pretende ciò che non si dovrebbe mai pretendere. Che la conferma sia immediata o quasi. Che il professionista si formi come per incanto sulla base di chissà quale diritto divino. Come se dietro non ci fosse un lavoro pesante, lungo, complesso. Come se quei successi da teen-ager fossero un segno del destino o un punto di arrivo, invece che un punto di partenza. Sgombrato il campo dalla tentazione di vedere Musetti come il salvatore di una patria tennistica che di salvatori, per la verità, non ha affatto bisogno, bisogna tentare di leggere le sue caratteristiche per vedere che giocatore ne potrà saltar fuori tra qualche stagione. Di sicuro non sarà uno banale, Lorenzo, a prescindere che finisca per diventare numero 30 o numero 300 del mondo. Ormai si è capito che una sua cifra stilistica è l’imprevedibilità. È su ciò che l’altro non si aspetta, che il toscano costruisce molti punti delle sue partite. Una specie di destrorso con la testa e le trovate di un mancino. Non ha punti deboli evidenti: non lo è il servizio, che comunque può rendere più pesante ed efficace; non lo sono il diritto, il rovescio a una mano che incanta, il gioco di volo che conquista. Semmai, un aspetto che dovrà migliorare subito è quello della posizione in campo: non perdere terreno per non finire in quella zona di nessuno tanto cara a Richard Gasquet, che rende tutto più complicato.

IL SOGNO È SOLTANTO SUO

Si potrebbe stare per ore, a scrivere di ciò che ancora manca a Musetti e di ciò che invece possiede per diventare ‘qualcuno’. Non fosse che, a prescindere dalla sua carriera sportiva, Lorenzo ‘qualcuno’ lo è già. È un 16enne che ha passato 12 anni della sua esistenza a imparare la vita attraverso un (bel) gioco che potrebbe diventare un mestiere. Ma che per adesso resta a tutti gli effetti semplicemente un sogno: la speranza di un futuro da professionista. L’augurio migliore che gli si possa fare è quello di sapersi far scivolare addosso ogni opinione, più o meno interessata, più o meno autorevole. Diventando sordo ai sogni (spesso frustrati) altrui, e alle richieste che non siano quelle provenienti dal suo staff, da coach Tartarini e dai tecnici della Federazione. In passato, l’Australian Open Juniores lo hanno vinto Alexander Zverev (best ranking al numero 3 Atp) e Tiago Fernandes (371), Nick Kyrgios (13) e Alexandre Sidorenko (145), Gael Monfils (6) e Clement Morel (387), Andy Roddick (1) e Bjorn Rehnquist (146). Gente che – senza esclusione alcuna – merita tutto il rispetto del mondo. Ma che ha solo il tennis, non certo un identico destino, come denominatore comune.