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LAVER E GLI ALTRI

Pubblicato il 19 dicembre 2018

Oggi il suo nome è anche quello di uno stadio e di un torneo, ma lui è soprattutto uno dei migliori giocatori di sempre. Chiamato in causa ogni volta si parli del più forte di ogni epoca, o quando si debba citare l’ultimo tennista capace di realizzare il Grande Slam. Rod Laver lo completò per la seconda volta nel 1969, un anno dopo l’apertura del mondo della racchetta ai professionisti, relegati per troppo tempo ai margini dei grandi eventi. L’australiano realizzò il suo primo poker nel 1962, poi decise che era il caso di salire di uno step, di abbandonare i dilettanti e girare il mondo col carrozzone dei ‘pro’, che garantiva entrate importanti e una certa sicurezza, oltre alle sfide coi migliori del tempo. Contrariamente a quello che accadeva al di qua della barricata.

ICONA DI TALENTO

‘Rocket’, ossia ‘razzo’ in italiano (per la sua rapidità), da quel periodo è rimasto un’icona di sport e di bellezza, di virtù e di talento. Un campione gentile dei gesti bianchi, che ha superato la barriera del tempo come poche altre volte è accaduto. Tanto che sono diverse le star arrivate dopo di lui, che hanno dichiarato apertamente di averlo avuto come modello: John McEnroe, per esempio. O Roger Federer, che pur non avendolo potuto ammirare sul campo, lo ha conosciuto da vicino a carriera finita. Un’ammirazione sfociata nella dedica della Laver Cup, appena nata e già entrata in grande stile nel calendario internazionale.

UN ALTRO MONDO

La sua scelta di seguire il percorso dei ‘pro’ non fu certo dettata dalla ricerca di denaro o – peggio – di popolarità. Perché entrambi non erano obiettivi. Ciò che spingeva Laver era il desiderio di stare sempre a contatto coi più forti, capire se davvero era lui il migliore di tutti. “Certo, ai tempi – ha spiegato nelle sue interviste – giocavamo tre quarti di stagione sull’erba, e il serve&volley era quasi obbligato, visto che non sapevi mai come avrebbe rimbalzato la pallina. Solo la terra di Parigi era dedicata a un tipo differente di tennis. Oggi è un altro mondo, un altro modo di intendere questo sport, è difficile fare paragoni”.

ROD & ROGER

Quando si parla di ‘Rocket’ non si può non parlare di Federer, perché i due sono presi come punto di riferimento, per le rispettive epoche e non solo. “Per fare ciò che ha fatto Roger – sostiene Laver – c’è bisogno di divertirsi sul campo da tennis, godersi ogni attimo di ciò che si fa e avere grande rispetto per la propria disciplina e per il pubblico. Altrimenti non si vincono 20 Major. Il Grande Slam gli è mancato? Fino ad ora sì, e se guardiamo a tutta la sua carriera, il motivo c’è e ha un nome e un cognome. Rafa Nadal lo ha respinto, o meglio ha respinto questo suo tentativo. Non ci fosse stato Rafa, Federer ne avrebbe completati diversi, di Slam”.

LA MALATTIA E LA CURA

Quando Roger si affacciò ai piani alti del circuito, tra il 2001 e il 2002, Nadal e Djokovic stavano muovendo i primi passi. “Ecco perché – sottolinea Laver – non possiamo sovrapporre esattamente le loro carriere. Probabilmente Rafael e Novak giocheranno ancora quando Roger si sarà ritirato, potranno vincere altri Major e avvicinarsi a quota 20”. Nel 1998 Laver soffrì un ictus, durante un’intervista televisiva. La sua totale ripresa, nei mesi successivi, fu l’ennesima vittoria, ottenuta grazie anche allo sport, alla disciplina che gli aveva imposto. Nel 2014, a 76 anni, era in campo per uno storico warm up con Roger Federer nella ‘sua’ Rod Laver Arena, il Centrale di Melbourne, a lui dedicato a partire dall’anno 2000. Nel 2018 ha festeggiato le 80 primavere con lo sguardo curioso di quel ragazzino che, sei decenni prima, aveva cominciato a cambiare le sorti del suo sport. “Se mi guardo indietro, vedo da dove sono arrivato e credo che il mio sia stato un viaggio bellissimo. A volte difficile, a volte meno. Ma sempre accompagnato dalla mia grande forza di volontà. Dalla voglia di non arrendersi mai”.