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ZVEREV-LENDL: UN DUO DA SLAM?

Pubblicato il 30 agosto 2018

Si è presentato a New York come numero 4 del mondo, ma con un bottino Slam da numero 50. Alexander Zverev vanta (si fa per dire) un quarto e un ottavo di finale in tredici Major giocati da professionista, che non sarebbe nemmeno un rendimento da buttare se non fosse che stiamo parlando di un possibile futuro dominatore del circuito. Questo Us Open, dunque, sa tanto di test. Il più severo possibile, per capire se una tale difficoltà, ormai conclamata al momento di giocare sulla lunga distanza, è ancora da sradicare o è finalmente affare dimenticato. Per aiutarlo nell’impresa di cambiare marcia, al suo angolo c’è uno che può dire la sua, avendo vissuto difficoltà simili a inizio carriera. Parliamo di Ivan Lendl, che ha aiutato Andy Murray a dare una svolta radicale alla sua vita sportiva (e non solo), e che adesso ha ceduto al corteggiamento del tedeschino rampante, entrando in pianta stabile nel suo staff.

 

LENDL NEGLI SLAM

Ivan il terribile cominciò a lasciare il segno negli Slam a 21 anni, proprio l’età attuale del suo assistito. Non lasciò passare tredici tornei ma solo otto, per approdare in finale. Accadde a Parigi, Roland Garros 1981, dove a ricacciare indietro le sue ambizioni fu l’Orso Bjorn Borg, a segno in cinque set. Fu la prima di quattro finali Slam perse dal giocatore nato a Ostrava, ex Cecoslovacchia, e poi naturalizzato americano. Per trovare il suo primo titolo, dovette attendere un altro Roland Garros, quello del 1984, quello dell’indimenticabile rimonta da 0-2 contro John McEnroe. E da lì, da una possibile ennesima disfatta trasformata in trionfo, cambiò la storia. A fine carriera, i Major sarebbero diventati otto, una cifra per cui oggi, probabilmente, Zverev metterebbe più d’una firma.

 

UNA CRESCITA TROPPO VELOCE

Sascha, origini russe e testa tipicamente germanica, sa essere istinto e razionalità. Per questo, ancora di più, non sopporta il fatto di non riuscire a rendere come potrebbe quando la posta in palio si fa seria. Finché si tratta di Masters 1000, ha già dimostrato di saper vincere (a Roma, per esempio, ce lo ricordiamo bene), ma quello step in più che garantisce l’immortalità tennistica non lo ha ancora saputo fare. In tutto questo c’è senz’altro lo zampino dell’età, perché in fondo il piccolo della famiglia Zverev ha cominciato a vincere (e a salire nel ranking) molto presto e molto in fretta. Con la conseguenza che il suo rendimento in campo non è andato di pari passo con una presa di coscienza complessiva del suo cambio di status. Uno sbilanciamento che non può lasciare tranquillo il sistema nervoso di un ragazzo appena uscito dall’adolescenza.

 

LAVORO TATTICO E MENTALE

“Con Ivan – ha spiegato Alexander – lavoreremo molto sull’aspetto mentale e su quello tattico. Credo che la sua esperienza sarà fondamentale per darmi ciò che mi manca, nell’ottica di vincere uno Slam. Ci conosciamo da tempo e diversi elementi del mio staff erano già stati al suo fianco. Per questo, e anche per la sua concezione del lavoro, mi è sembrato l’uomo giusto da far entrare nel team. Qualcosa è già cambiato, su tanto altro ancora c’è da lavorare, ma la strada è quella giusta”. Parole che trasudano fiducia quasi cieca, per un coach che ha la fama (e gli occhi) di uno che non transige. Non possono quindi non tornare alla mente le parole di Juan Carlos Ferrero, che con Zverev ci ha già lavorato chiudendo il rapporto all’inizio di quest’anno in una maniera non troppo serena. Il coach spagnolo, in particolare, aveva parlato di mancanza di rispetto e di scarso impegno. Chissà se nel frattempo Sascha è cambiato, o se quel sodalizio era semplicemente sbagliato in partenza.