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I MAGNIFICI SETTE

Pubblicato il 4 luglio 2018

Nelle giornate iniziali di Wimbledon 2018, con tante cadute eccellenti, il tennis italiano conferma che quello che si potrebbe chiamare ‘Effetto Cecchinato’ non è affatto svanito. Dicesi ‘Effetto Cecchinato’ quella sorta di euforia collettiva che ha preso i giocatori azzurri dopo l’impresa parigina del siciliano. E pazienza se proprio lui, il protagonista di quella meravigliosa semifinale, ha già dovuto lasciare la compagnia, battuto dal talentino De Minaur. A prendersi gli applausi stavolta sono altri, e sono addirittura sei nel torneo maschile, record assoluto al secondo turno dei Championships: Fabio Fognini, Simone Bolelli, Paolo Lorenzi, Andreas Seppi, Thomas Fabbiano e Matteo Berrettini. Più, guai a dimenticarla, una certa Camila Giorgi, che sarà sì l’unica bandierina tricolore nel draw femminile, ma che col suo tennis imprevedibile può e deve guardare molto avanti.

DERBY BOLELLI-FOGNINI

C’è di più: c’è che un italiano è già al terzo turno, perché al secondo avremo un derby tra i due più talentuosi dell’ultimo decennio del nostro tennis, Fabio Fognini e Simone Bolelli. Due che avevano coltivato malcelati sogni di top 10, e che nel percorso verso il vertice si sono allontanati. Uno, Fognini, vicino ai primi dieci ci è arrivato davvero, e tuttora sogna di fare quel piccolo gradino che gli manca per sfondare una barriera rimasta in piedi per troppo tempo. L’altro, Bolelli, è stato spesso travolto da problemi fisici e da tante vicende poco fortunate. Insieme hanno vinto uno Slam di doppio, insieme hanno dato all’Italia di Davis punti insperati contro squadre teoricamente più forti. Sono amici e si stimano, e per questo il loro incontro non sarà uguale a tutti gli altri. I testa a testa parlano di quattro sfide, con un bilancio di 3-1 per Fognini, ma con l’ultimo incontro che risale al 2010 al Challenger di Napoli.

LA RIMONTA DI BERRETTINI

L’effetto Cecchinato si vede soprattutto nelle partite complicate, in quelle che – visto l’andamento – si dovrebbero perdere. Come quella vinta da Matteo Berrettini, il più giovane del gruppo con i suoi 22 anni. Pochi, pochissimi, per riuscire ad addomesticare come si deve una superficie ostica come l’erba, dove l’esperienza conta molto più del talento. Ebbene, il romano era sotto due set a zero contro Jack Sock, prima di cominciare una splendida rimonta. Che sarà pure stata propiziata dalle condizioni fisiche precarie dell’ex top 10 americano, ma che ha trovato le sue radici nella convinzione di Matteo di poter ribaltare un incontro nato male, con due tie-break finiti dalla parte sbagliata. Quante volte, negli anni scorsi, abbiamo visto altri italiani sciogliersi come neve al sole di fronte a un inizio difficile nei tornei importanti, Slam e Masters 1000? Adesso scopriamo con una certa sorpresa e con un certo orgoglio che non è più così. O almeno, che non è la norma. La regola è diventata ‘lottare’, sino in fondo e fin che resta una goccia di energia.

L’ESEMPIO DI SEPPI E LORENZI

Nella festa italiana in quel di Londra c’è pure il pugliese Thomas Fabbiano, che cede il primo set ma poi cambia marcia e regola Yuki Bhambri. E ci sono due ultratrentenni che col loro esempio hanno ispirato una generazione. Loro, dell’effetto Cecchinato forse non avevano bisogno, ma Andreas Seppi e Paolo Lorenzi stanno continuando senza dubbi una carriera che – vista la carta d’identità – si sarebbe già potuta interrompere da un pezzo. Lorenzi, in particolare, quest’anno ha vinto pochissimo, ma si è presentato ai Championships con la solita tempra del combattente: di fronte aveva un terraiolo, Laslo Djere, reduce dalla vittoria nel Challenger di Milano. E lui ne ha approfittato alla perfezione. Seppi, per contro, sta vivendo a 34 anni una delle sue migliori stagioni in assoluto, tanto che oggi è numero 26 della Race, la classifica che tiene conto solo dei risultati del 2018. Di record in record, l’Italia cresce. E chissà che pure Wimbledon non ci regali una sorpresa.