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SPAGNA ALLA CONQUISTA DELL’AMERICA

Pubblicato il 24 agosto 2017

I Fab Four sono diventati tre, forse due. Federer e Nadal. Perché in questo momento considerare Murray alla loro altezza è esercizio di stima verso lo scozzese del tutto sconnesso dalla realtà. Come quarto incomodo troviamo Alexander Sascha Zverev, e questo è il vero volto nuovo della stagione, forse del decennio. Poi, dietro, i soliti noti: Cilic, Thiem, Dimitrov, Raonic e compagnia. Capaci di lampi isolati ma distanti da un rendimento che li possa portare al vertice. Gli Us Open di quest'anno – decimati dagli infortuni – navigano a vista tra ipotesi di una piccola rivoluzione (Zverev a Montreal, Dimitrov a Cincinnati) e sospetti di restaurazione. Un po' più concreti, questi ultimi, se pensiamo che Federer ha portato a casa due Major e Nadal si è preso il decimo Roland Garros. Del resto però, da Wimbledon a oggi, qualcosa è cambiato anche per loro, dunque chissà che New York possa diventare davvero la città del cambiamento, più o meno definitivo.

Mentre dalle qualificazioni c'è chi cerca di approdare nel main draw (che quest'anno porta in dote un assegno da 50 mila dollari a chi perde al primo turno), i dubbi degli appassionati si infittiscono. E a dissiparli non bastano nemmeno le dichiarazioni rassicuranti di un Federer apparso un po' invecchiato nella settimana canadese (sarà stata la barba?). “Mi diverto come uno junior”, ha dichiarato lo svizzero una volta messo piede a Flushing Meadows, e c'è da credergli perché il Migliore di sempre ha smesso da un pezzo di accontentare le volontà della stampa. Ma alle parole dovranno seguire i fatti, che in un torneo come quello sul cemento americano non sono mai esattamente una passeggiata. New York è lo Slam più duro, per tutti. Non solo per la metafora del cemento. È il più duro perché arriva a settembre, verso il finale di un'annata condotta quasi sempre col piede sull'acceleratore. E perché qui non ci sono, come a Parigi o a Wimbledon, giocatori che si sentono spaesati di fronte a una superficie che conoscono poco. Sugli 'hardcourt' va in scena ormai la gran parte della stagione, e qui tutti hanno una chance, tutti vendono cara la pelle.

Se ci sono dubbi nel maschile, dove tutto sommato le gerarchie della race sono piuttosto ben definite, immaginate nel torneo femminile. Lì, davvero, regna l'anarchia di una stagione priva di regine, se non quelle messe al numero 1 da un computer senz'anima. Karolina Pliskova sarebbe la donna da battere, ma quest'anno – pur avendo vinto tre tornei – non è riuscita a fare la differenza nelle prove che contano. L'ultimo esempio? A Cincinnati, dove Garbine Muguruza in semifinale le ha lasciato le briciole. Ecco, forse, una che potrebbe davvero incarnare il futuro del tennis in rosa. Garbine ha classe, è un bel personaggio dentro e fuori dal campo, sa entusiasmare. Ma fino all'ultimo trionfo di Wimbledon era stata frenata dall'incapacità di tenere testa alle aspettative piovute su di lei dopo i primi successi di peso. Del resto è pure una delle più giovani, ha 23 anni e un carisma che se rapportato all'età vale tanto quanto un buon diritto. Le avversarie ci sono ma vanno a corrente alternata: Halep, Svitolina, Wozniacki, Kerber, Konta, Venus Williams e via dicendo. Poi magari spunterà una nuova Ostapenko a far saltare il banco. Ma per la conquista di New York, tanto tra gli uomini (con Rafa) quanto tra le donne (con Garbine), stavolta sembra il turno della Spagna.